La vera storia del Mucchio
di Federico Guglielmi

Nov
05

mucchio2012Il primo Mucchio del 2012 è un numero “doppio”, gennaio/febbraio, una decisione resa inevitabile dalla mancanza di liquidità dovuta ai tagli retroattivi dei contributi statali. Il problema, reale, è causato da un provvedimento senza dubbio iniquo, ma non si sarebbe mai posto se in precedenza la Stemax fosse stata gestita con una maggiore lungimiranza, pensando al futuro degli “asset” editoriali e non agli interessi privati di alcuni soci. L’effettiva ampiezza degli sperperi sarebbe venuta alla luce solo mesi dopo, grazie a uno studio dei bilanci che avrebbe portato alla luce acquisti di autoveicoli, ingenti spese relative a trasferte e ristoranti, ristrutturazioni di immobili e assortiti benefit: magari non illegale ma di sicuro discutibile per una rivista che per almeno un paio di decenni si era scagliata contro il malcostume, bacchettando in modo sistematico e con toni aspri musicisti, etichette, giornalisti, politici, personaggi pubblici di ogni genere e quant’altro. Per reperire fondi era stata nel frattempo varata la campagna “Io sto nel Mucchio”, sostenuta anche con una serie di concerti-benefit che vedono la partecipazione gratuita di alcune decine di artisti italiani: i primi si svolgono il 25 gennaio a Torino e il 23 febbraio a Roma, ma se ne organizzeranno altri a Firenze (9 marzo), Cosenza (27 marzo) e Bologna (3 aprile). La sopravvivenza sarà alla fine garantita da parecchie centinaia di nuovi abbonamenti e dalla vendita di quintali di arretrati (quasi solo Extra).

Uscito durante le feste natalizie, il n.690/691 (con allegato il n.37 di Extra, al prezzo totale di 10 euro) dedica la copertina agli “Oscar del Mucchio” del 2011 e presenta la rivoluzione grafica, annunciata da lungo tempo: il progetto di Francesca Pignataro, che in seguito subirà comunque vari aggiustamenti, è assai ben congegnato e certo non manca di impatto estetico, ma comporta una sensibile riduzione del testo (fra il 20 e il 25%) e un “fighettismo” in netto contrasto con una tradizione di ormai quasi trentacinque anni. L’importanza attribuita all’immagine era stata d’altronde già dichiarata nel 2011 con il posizionamento molto in alto nell’organigramma – subito sotto la direzione – della qualifica di art director; che il giornale stia diventando sempre più “un’altra cosa” è sottolineato nel numero successivo dalla promozione a caporedattore di Beatrice Mele, imposta dall’alto senza alcuna possibilità di replica. In parallelo, rinnegando un po’ la linea fino ad allora portata avanti, la rivista dimostra di voler limitare il risalto e lo spazio concesso agli argomenti extramusicali a favore di quelli musicali: fra l’altro, con l’eccezione di quelle di giugno (gli anni ‘70: ma la musica c’entra) e luglio (Roberto Saviano; in allegato, Extra n.38), le copertine vanno a Fine Before You Came (marzo), Afterhours (aprile), Giant Sand (maggio), Cat Power (settembre), Mumford & Sons (ottobre), Neurosis (novembre) e Brian Eno (dicembre). E al 95% musicale è pure l’atipico Mucchio (di 100 pagine, spillato e non in brossura) che per la prima volta nella storia del mensile giunge nelle edicole ad agosto: poiché il riconoscimento dei contributi per il 2012 era legato alla pubblicazione di almeno undici numeri, bisognava compensare quello saltato a febbraio. Mi fu chiesto di “inventarmi qualcosa” che fosse non troppo complicato sul piano tecnico e non troppo oneroso sotto il profilo economico, e così tirai fuori l’idea di recuperare articoli dal settimanale: li scelsi, ottenni da coloro che li avevano scritti la concessione gratuita del diritto di ripubblicarli, li riorganizzai, li contestualizzai al presente, li revisionai… e per tutto ciò non ottenni alcun “credit” ma solo un esiguo compenso. Va da sé che al mio curriculum non servivano ulteriori medaglie, ma quell’ennesima mancanza di riguardo mi convinse definitivamente che il Mucchio non era più “casa mia” e che presto o tardi sarei stato costretto ad andarmene per la mia strada. E immaginavo che non sarei stato l’unico, dato che da parecchio – da quando si era capito che l’avvicendamento al vertice era stata una (pur ineluttabile) fregatura – percepivo in buona parte dello staff disillusione, logoramento, amarezza.

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Apr
28

Mucchio689Un (altro) anno vissuto pericolosamente, il 2011, i cui primi mesi sono contraddistinti dall’inasprirsi della “guerra civile”: da una parte quasi l’intero staff, dall’altra un sempre più isolato Max Stèfani che, invece di cercare un armistizio compiendo qualche passo indietro, persiste nei suoi atteggiamenti dispotici, non rendendosi conto di come il controllo della rivista gli sia ormai sfuggito. In seno all’organico si spera di raggiungere un compromesso, ma le nuove iniziative del direttore sono autolesioniste: ciliegina sulla torta, una sua lunghissima intervista – diciassette pagine! – al patròn della Mescal Valerio Soave, che si snoda fra i numeri di febbraio, marzo e aprile fornendo opinioni discutibili (se non diffamatorie) su Ligabue, Subsonica, Manuel Agnelli, Morgan e altri esponenti della scena italiana. Faziosità e scorrettezza, insomma, malamente mascherate da “giornalismo d’assalto”, sono in pratica il degno epilogo del rapporto fra Stèfani e il Mucchio: nell’editoriale del numero di maggio, il co-fondatore dà ufficialmente le dimissioni, dichiarando peraltro di avere lasciato di fatto la sua poltrona già da febbraio e adducendo come motivazione l’impossibilità a continuare a lavorare con gente non più disposta ad assecondarlo. Sembra una soluzione (relativamente) indolore, ma la realtà è ben diversa: un anno dopo, nel libro autobiografico “Wild Thing”, l’ex direttore ammetterà di essere stato costretto ad abbandonare, pur con una sontuosa liquidazione versata in rate mensili per dieci anni: Daniela Federico, amministratore della Stemax e da sempre suo braccio destro, si era organizzata in modo da avere il sostegno della maggioranza dei soci, e volendo avrebbe potuto licenziarlo senza riconoscergli alcunché (salvo dover affrontare gli eventuali strascichi giudiziari). Pur non avendo mai fatto parte della Stemax, John Vignola (che coordinava le pagine dedicate a libri e cinema) e io (che mi occupavo di quelle della musica) rivestiamo nella vicenda un ruolo cardine: se entrambi avessimo contestato la “rottamazione” di Max, Daniela non avrebbe potuto metterlo alla porta. Facendolo, però, avremmo riconsegnato Il Mucchio a chi avrebbe perseverato nell’esporlo a figure barbine e azioni legali… e che, presto o tardi, si sarebbe liberato di tutti noi; in alternativa, c’era da appoggiare qualcuno che, almeno fino ad allora, era parso corretto e affidabile. Seppure “scomoda”, la scelta non fu troppo difficile.

Mentre la situazione matura, la rivista va avanti nel solito modo, cioè con molte cose belle alternate ad altre controverse. A causa della soppressione dell’Annuario, la prima copertina del 2011 è per gli “Oscar del Mucchio”: a curarla è Francesca Pignataro, giovane e promettente grafica il cui ingresso in squadra sarà ratificato quando, in ottobre, le verrà attribuita la qualifica di “art director”; seguono quelle all’ex La Crus Mauro Ermanno Giovanardi, al cast della serie televisiva “Boris” in occasione dell’uscita dell’omonimo film, ai Radiohead (per “The King Of Limbs”) e agli imminenti referendum, stranamente preferiti – per di più con l’immagine assai poco accattivante di una scheda elettorale ripiegata a barchetta – alla ben più adeguata Anna Calvi. In parallelo, si parla del probabile post-Stèfani, ipotizzando – allo scopo di rimarcare l’unità del gruppo – l’eliminazione della figura del direttore (con la gestione affidata a un “direttorio” a quattro Federico-Mele-Guglielmi-Vignola) e gli editoriali firmati “Il Mucchio”. Appena ottenuto il potere assoluto, “blindato” con un riassetto societario, Daniela Federico non si limita a riacquisire la carica tecnica di direttore responsabile, ma si autoproclama direttore. È una decisione legittima (le nomine competono all’editore), ma più d’uno – fra i lettori e non solo fra i collaboratori – rimane perplesso: estromessa una persona di sicuro parecchio fuori dalle righe ma in attività da decenni e dotata di carattere, a dirigere la più antica testata di rock (e altro) italiano arriva una sconosciuta con minima esperienza giornalistica (nulla per quanto concerne la musica) e nessuna credibilità a livello pubblico. Stremata dalla diatriba con Stèfani, la redazione non ha forza né voglia di obiettare: si pensa che chi per anni ha operato dietro le quinte possa in fondo desiderare la gloria di un posto in prima linea, benché solo “di facciata”. Del resto, fioccano assicurazioni che mai ci saranno ingerenze nelle linee stabilite dai tre neo-capiservizio (Guglielmi musica, Mele attualità, Vignola cinema e libri) e allora ci si fida e si guarda avanti, comunque uniti (e senza defezioni di sorta), camminando verso il “sol dell’avvenir”.

Il numero inaugurale del nuovo corso, il 683 di giugno (in copertina, un classicissimo Jim Morrison), vede altre modifiche nel tamburino: Massimo Del Papa, già nel comitato di redazione assieme a me e John, è collocato fra i consulenti alla redazione, gradino al quale salgono – oltre che per meriti, per sottolineare il processo di femminilizzazione – Chiara Lalli (che già da un tot si occupa di temi legati a cultura e società) ed Elena Raugei. Per problemi di budget viene però licenziata Valentina Cassano, da anni “interna” con mansioni redazionali. La linea resta la stessa, anche se ovviamente mondata dall’autoreferenzialità, dalla scorrettezza politica e delle cialtronerie. In Rete, le vedove di Stèfani non mancano di intonare lamenti e lanciare accuse di golpe, ma le vendite non subiscono cali: qualcuno si defila, ma altri – quelli che avevano mollato in quanto irritati dalle continue “sparate” stefaniane – ritornano, attratti da contenuti sempre vari e interessanti. In copertina scorrono Bon Iver, Zen Circus, Wilco, Tex e un brillante disegno di Mario Natangelo che auspica il ritiro di Berlusconi omaggiando la copertina di “Nevermind” dei Nirvana. Proprio con quest’ultimo numero appena giunto in edicola, e con il progetto di radicale restyling pronto per il varo, sul Mucchio cade una grossa tegola: la consistente decurtazione retroattiva – si parla, insomma, di soldi “promessi” e incautamente già spesi, con relativa esposizione bancaria, dalla Stemax – dei contributi concessi dallo Stato all’editoria. Mai come ora la prospettiva della chiusura appare concreta.

Dic
30

MS 666 copDa tempo immemore si era (più o meno) deciso che la copertina inaugurale del 2010 sarebbe stata… satanica, in omaggio al Numero della Bestia 666: un’idea magari prevedibile ma sicuramente d’effetto che viene sviluppata anche in una serie di articoli – trenta facciate complessive – dedicati a diversi volti del Diavolo. Un buon inizio per un anno che, in quanto a copertine, in dieci casi su undici non scandalizza: all’inquietante monaco di gennaio seguono Calibro 35, Baustelle, Broken Social Scene, Rolling Stones (in occasione della ristampa “deluxe” di “Exile On Main St.”), Gipi, Tim Robbins, Bruce Springsteen (per il monumentale cofanetto di “Darkness On The Edge Of Town”), Marlene Kuntz, Giorgio Gaber. Insomma, perplessità miste ad assortiti malumori sono creati solo dal n.672/673 di luglio/agosto, dove Stèfani vuole togliersi il capriccio di occuparsi del mondo delle due ruote intervistando – dopo aver vanamente inseguito Casey Stoner per qualche mese – Marco Lucchinelli, un campione di trent’anni prima. Sorvolando su domande come (testuale) “Rimpiangi tutta la figa che gira nel circuito?”, la chiacchierata non è priva di motivi di interesse, ma il problema è la copertina: invece di una foto d’epoca o – al limite – di uno scatto “anonimo” di moto in corsa, il direttore pretende Valentino Rossi, più appetibile per un eventuale pubblico generico. A “bilanciare” pensa fortunatamente “Extra”, che per la prima volta – il numero è il 34 – viene allegato al mensile. La formula, che sarà applicata fino a tutto il 2012, prevede l’acquisto obbligatorio di entrambe le riviste a dieci euro complessivi: una (piccola) forzatura finalizzata a una specie di rilancio delle due testate, ora offerte con un rilevante risparmio – ben quattro euro – rispetto a quando erano vendute separatamente.

Restando nell’ambito delle uscite collaterali, il 2010 è anche l’anno del quarto e ultimo “Annuario”, nonché di altri tre libretti – “Siberia” dei Diaframma, “Mediamente isterica” di Carmen Consoli, “Le radici e le ali” dei Gang – che concludono (per motivi di antieconomicità) la collana solo per gli abbonati “Rock Italiano – I grandi album”. Per quanto concerne il mensile, a parte l’approdo fra i consulenti di Carlo Bordone, non cambia alcunché, con articoli su musica, cinema, letteratura e fumetti che si avvicendano a dissertazioni centrate (e non) su politica, attualità, giornalismo, temi “curiosi” e ovviamente Chiesa Cattolica. A gennaio si parla di esorcismi e della donna nel Cristianesimo, a marzo di Comunione e Liberazione, ad aprile del crocifisso nelle scuole, a maggio e giugno di pedofilia e abusi sessuali a opera di preti, a luglio dell’Otto per Mille e del celibato dei sacerdoti (argomento trattato pure a settembre), a novembre delle speculazioni finanziarie del Vaticano: un tormentone che sfianca moltissimi lettori e (quasi) l’intero staff, grossomodo quanto le polemiche che Stèfani monta in continuazione contro chiunque… compresi i redattori e i collaboratori “colpevoli” di non volerlo seguire nelle sue crociate. Archiviata l’infatuazione per il rock italiano, il direttore si concentra su altre cose: ad esempio Casa Pound, riuscendo abilmente a far querelare se stesso e il Mucchio per nove righe introduttive, nonché su fantasiose ipotesi di rifondazione della rivista attraverso licenziamenti di massa. Quella che prima era un’insanabile frattura interna, infatti, è diventata una guerra in trincea, con Stèfani che praticamente si rifiuta di metter piede nella sede della Stemax (d’altronde vive più a Barcellona che in Italia, come non manca di ricordare in “My Private Life”) e affida alla posta elettronica diktat che lasciano il tempo che trovano. Un agire del tutto in sintonia, quindi, con quanto dichiarerà nel 2012 nella sua autobiografia “Wild Thing”: “Ho sempre cercato di circondarmi di brava gente ma che facesse le cose al posto mio, onde poter lavorare il meno possibile”. Nel 2011, almeno nel contesto del Mucchio, il suo obiettivo si realizzerà. Pienamente.

Dic
26

MS 665 copUn anno di transizione? Giudicando dai sommari, dalle rubriche finali (le solite, con “Domus Bokassa” che diventa però episodica; fa eccezione la nuova “Pencil Song”, dove disegnatori sempre diversi interpretano, in due pagine, il testo di una canzone) e dalle modifiche all’organigramma (fra i consulenti: fuori Ilaria Mancia e il dimissionario Gianluca Testani, dentro Damir Ivic), verrebbe da pensarlo. In realtà si tratta di una quiete apparente, perché se è vero che le fratture interne hanno diviso Il Mucchio in settori gestiti autonomamente dai rispettivi responsabili, è pure innegabile che il direttore – benché distratto prima dai preparativi del suo grosso grasso matrimonio rock e poi dagli annessi e connessi della vita coniugale – non manchi di dichiararsi insoddisfatto della situazione (nell’editoriale, nella Posta, in “My Private Life”…) e tenti di riacquistare un maggiore controllo sul mensile. Non sono più sufficienti, insomma, articoli su politica, pedofilia e clero: ecco così comparire, ad esempio, quattro pagine sulla… merda (avete letto bene, sì) e due sulla “baldraccopoli”, quattro per un’inconsistente denuncia di (possibili) speculazioni attorno all’iniziativa “Musica per l’Abruzzo”, svariati pezzi sul cibo (a firma dalla neo Sig.ra Stèfani, esperta nell’arte culinaria) e una serie di interviste del direttore ad artisti discutibili (Le Vibrazioni) e non (Emidio Clementi, Giulio Casale, Vasco Brondi), a professionisti che lavorano “dietro le quinte” (da un gregario di lusso come Antonio Righetti a un “superjolly” come Enrico Gabrielli, fino a un manager/promoter, un direttore di produzione di eventi live, un designer di luci…). Nel quadro si inserisce anche la pubblicazione sul giornale di una (finta) pagina di Facebook che prende di mira – con strizzate d’occhio al gossip e un sense of humor spesso discutibile – protagonisti del mondo rock italiano (Morgan, Omar Pedrini, Giuliano Sangiorgi, Marino Severini e… basta, per fortuna). Si ha l’impressione di una rivista lacerata, con uno Stèfani improvvisamente bramoso di affermare il proprio ego – mai, nei precedenti trentadue anni di Mucchio, aveva scritto così tanto e soprattutto della scena nazionale, della quale non si era praticamente mai occupato in prima persona – e in lotta con uno staff che in massima parte non lo tollera più, specie per certe prese di posizione ritenute controproducenti. Il problema è che le due fazioni sono obbligate a coesistere: di fatto, il direttore prosegue quindi a lasciare carta bianca su musica, cinema e libri, mantenendo il diritto di riempire a suo gusto – resistendo alle eventuali rimostranze redazionali – un tot di spazi. Non che tutto sia da censurare senza appello, ma anche i temi interessanti disturbano con il frequente pescare nel torbido volto a suscitare polemiche, con le uscite gratuitamente volgari, con il clima troppo confidenziale di chiacchierate alle quali avrebbe magari giovato più distacco.

La logica del “vivi e lascia vivere”, comunque fonte di malumori, è però ostacolata da una questione nient’affatto secondaria, le copertine: da un lato Stèfani le vorrebbe “di un certo tipo”, dall’altro lo staff resiste più o meno compatto e cerca alternative di compromesso. La cronistoria? A gennaio non ci sono obiezioni per Emidio Clementi dei Massimo Volume, a febbraio Roberto Angelini la spunta su Dente o Le Vibrazioni, a marzo Lorenzo Mattotti è accettato da tutti, ad aprile Mauro Pagani si impone sulla terrificante fotografia di una donna che, seduta sul water, prende la carta igienica (la merda di cui sopra, ricordate?), a maggio Tanino Liberatore cammina sul velluto con un bel disegno di Brian Eno, a giugno si deve accettare la “gufata” sul G8 de L’Aquila (lo strillo recita “Una nuova Genova?”), a luglio/agosto nessun conflitto per la “street art”, a settembre tutto ok con gli Zen Circus (lo scatto di Ilaria Magliocchetti Lombi, che da qualche mese presta il suo talento al Mucchio, è in linea con l’album-cardine Andate tutti affanculo, presentato in anteprima) così come a ottobre (Benjamin Biolay) e novembre (Wilco). Va molto peggio a dicembre, dove per contrastare la commemorazione del quarantennale della strage di Piazza Fontana non si riesce a tirar fuori nulla di meglio de “Le malvestite”, blog oggi defunto che all’epoca godeva di una discreta popolarità.

Sul fronte dei progetti collaterali si segnalano il passaggio di “Extra – effettivo, ma non ufficializzato – alla semestralità, il terzo “Annuario” (che rende conto della produzione del 2008; un po’ più smilzo dei due precedenti) e il varo di “Rock italiano – I grandi album”, collana di libri da cento pagine ciascuno riservati ai sottoscrittori di un abbonamento annuale: i tre volumetti del 2009 sono dedicati ad Afterhours (“Hai paura del buio?”), Marlene Kuntz (“Il vile”) e C.S.I. (“Linea gotica”).

Dic
24

Mucchio 642 cop

Dopo il burrascoso 2007, il nuovo anno ribadisce la volontà di Stèfani di mettere ulteriormente in discussione l’immagine del Mucchio: benché il 90% dei lettori acquisti il mensile per musica (e cinema, e libri), e dia prova di non gradire eccessi di “altro”, l’atto autolesionistico è quello di inseguire  un pubblico che evidentemente esiste in misura minima, e che comunque non avrebbe modo – vista l’impossibilità di investimenti promozionali – di conoscere la rivista. Convinto del contrario, o per convincersene lui stesso, il direttore lancia anche sul sito una sua rubrichina, “I fatti del giorno prima”, con commenti lapidari, politicamente scorretti e superficiali alle notizie dei quotidiani: durerà un paio d’anni, ovvero finché il suo titolare – dopo averle sparate grossissime – non apprenderà quanto i suoi contatti fossero in realtà esigui. Sul fronte del cartaceo, le copertine musicali sono per la prima volta inferiori a quelle dell’altro: appena cinque (Mars Volta, Afterhours, Tricky, Beatrice Antolini e Marianne Faithfull) contro le sei – nessuna, però da rabbrividire – che propongono le Sick Girls (un fenomeno allora già bollitissimo, ma pur di mostrare tette ogni scusa è buona), Neri Marcorè, il ‘68, il film “Gomorra”, il fumetto “Julia” e un Don Zauker in questo caso non da censura (l’aggancio è un report a più mani sulla satira). Il percorso di trasformazione della rivista raggiunge poi un’altra tappa a maggio – da un mese il prezzo era stato aumentato a 6 euro – quando lo schema del sommario è drasticamente modificato: all’inizio non c’è più la musica bensì uno spazio denominato “Primo piano” dove sfilano tutti i pezzi più lunghi, indipendentemente dal genere di argomento trattato. Gli equilibri non variano, ma cambia – nettamente – il “messaggio” sulla natura del giornale.

Non bastasse quanto sopra, gli intenti sono dichiarati da articoli sui boy scout (titolo illuminante: “Bambini cretini”), ancora sulla Chiesa (“Chiagne e fotte”) e il Vaticano (“Spionaggio divino”), sui sindacati (“Tutti in galera!”), sulla Festa dell’Unità (“Cimitero rosso”). In tema sarebbero invece quelli sulla SIAE e l’Enpals (“I vampiri della musica”) e su TicketOne (“La grande rapina”), oltre che – al limite, ma davvero al limite – quello sulle groupie italiane (“A letto con le rockstar”): roba da voyeur, per di più banalotta, che qua e là può anche far sorridere ma che comunque brilla soltanto per abbondanza di cattivo gusto e carenza di credibilità (l’autrice è, che stranezza!, anonima). Nulla di drammatico, specie dopo le follie del 2007, ma senza dubbio un ennesimo segnale di volgarizzazione e di scollamento dalla linea culturale a vantaggio del gossip di infima lega. Un problema che più avanti si riproporrà spesso in interviste nelle quali la ricerca della “verità” sarà un alibi per cadute nel becero scandalismo o, peggio, per togliersi sassolini dalle scarpe.

Ne accadono altre, in questi dodici mesi. Scompaiono le rubriche “Storie d’Italia”, “Tipi”, “Ululati” e “Videogiochi”, viene inserita l’ironica “Domus Bokassa” (degli autori di Don Zauker) e a sostituire “Fumetti” subentra “Balloons”, firmata da quell’Andrea Provinciali che da giugno, dopo essersi fatto apprezzare con alcuni mesi di stage, è assunto come redattore al fianco di Beatrice Mele e Valentina Cassano; a settembre, inoltre, Ilaria Mancia – la responsabile di “Performance” – è accolta fra i consulenti alla redazione, ma vi resterà solo qualche mese. Per quanto concerne le testate “gemelle”, a “Extra” (del quale escono tre numeri e non quattro, sebbene ufficialmente la periodicità resti trimestrale) e al secondo “Annuario” (prezzo aumentato a 10 euro) si aggiungono gli “Speciali” (a 5 euro), antologie ragionate di vecchio materiale del Mucchio dedicato a un artista specifico. Purtroppo il progetto, da me ideato e curato, si esaurirà nell’arco del 2008 con un albo su Bruce Springsteen (giugno, 132 pagine) e uno sugli U2 (dicembre, 100 pagine): il raggiungimento del pareggio delle spese non giustificava il (tanto) lavoro necessario, e gli ulteriori nomi papabili – ad esempio i R.E.M., annunciati per l’estate 2009 – non sembravano offrire adeguate garanzie di vendibilità.

Dic
23

MS 630-634-639 copLe diversità di vedute a proposito di cosa il Mucchio dovrebbe essere si manifestano ancor più marcatamente con la copertina del n.630 (gennaio): come richiamo per un articolo sulla pedofilia (altro suo pallino) Stèfani impone un disegno di Daniele Caluri dove Don Zauker, il popolare prete esorcista de “Il Vernacoliere”, ostenta sotto la tonaca una notevolissima erezione. Nell’editoriale il direttore scrive del dibattito redazionale, “spiegando” la resistenza dello staff con “terrori ancestrali”, omertà e perbenismo: a nulla, naturalmente, era servito cercare di far capire che una siffatta provocazione avrebbe forse avuto senso se messa in atto da “L’Espresso”, mentre a un pesce piccolo come il Mucchio avrebbe recato solo piccoli e grandi danni. Una boutade estemporanea? Assolutamente no, perché dopo tre eccellenti copertine musicali (Nick Cave, Arcade Fire e Blonde Redhead) sulla prima pagina arriva una ragazza seminuda e in posa non proprio da educanda ad accompagnare il “Diario di una squillo”, cioè una lunga intervista (oltretutto tanto povera quanto scontata) a una escort. Nell’editoriale si legge: “Certo, se poi questo numero dovesse vendere il doppio (come sotto sotto speriamo) potrebbe anche diventare una costante. Musica all’interno e figa in copertina. Potrebbe essere un’idea tanto semplice quanto geniale”. Finita qui? Nemmeno per scherzo, visto che dopo Quentin Tarantino, Bart Simpson e i Liars è il turno del fotomontaggio splatter di un inquietante Benedetto XVI che regge la testa mozzata e insanguinata di Walter Veltroni (il concetto? Sottolineare la sudditanza del PD e di chiunque nei confronti del Vaticano); lo stesso spirito all’insegna del buon gusto si ritrova in un paio di strilli (“Un grosso evasore fiscale” per Pavarotti, “Handicap-rock” per Robert Wyatt e Vic Chesnutt), in qualche fotografia (la bandierina “14 ottobre 2007 – Primarie del PD” la cui asticella è infilata in un ano femminile), in un editoriale che si apre con “Le celebrazioni mi garbano. Festeggio il giorno della mia prima scopata, per esempio. Ricordo anche il primo pompino” e si conclude con “E per il resto… ‘sti cazzi”. Il numero in questione, quello di ottobre, subisce il sequestro a Trani, e ogni tentativo del direttore di alzare un polverone mediatico gridando alla censura annega nell’indifferenza. Il “guadagno” dell’operazione saranno le ingenti spese legali sostenute dalla Stemax per il procedimento penale (poi archiviato), che si sommeranno a quelle della causa intentata dall’ARCI per il titolo e i contenuti dell’articolo “ARCI-Mafia” – un’inchiesta, chiamiamola così, di Stèfani – pubblicato nel n.636/637 (luglio/agosto). Da un’intervista a un ex direttore della Feltrinelli a proposito del precariato, uscita nel n.633, si ricaveranno invece solo parziale ostracismo e giustificate accuse di avere puntato l’indice su un’azienda specifica quando certi comportamenti appartengono a tutte. Dopo PJ Harvey, il burrascoso 2007 si chiude con una copertina a David LaChapelle, che la redazione estrae dal cilindro per evitare quella – caldeggiata da uno Stèfani ormai incontenibile – sulle pratiche sadomaso. Il bailamme, va da sé, non porta nuovi lettori e, anzi, crea malcontento nello zoccolo duro. Alcuni mollano, facendocelo sapere. Come sempre del tutto impermeabile alle critiche, il direttore se ne frega, continuando a prendere in considerazione solo i commenti entusiastici di quel paio di centinaia di aficionados che lo idolatrano vedendo in lui una sorta di personaggio romantico, magari un po’ eccentrico ma duro e puro.

Nel suo trentesimo anno di vita, ricorrenza evidenziata con un “bollino” apposto sulla M della testata, il Mucchio naviga insomma in acque assai agitate. Non ne risentono, comunque, gli spazi musicali, cinematografici e letterari, al solito ricchi: menzione speciale per la nuova rubrica di Alberto Crespi che arriva a ottobre (“Storie di R’n’R”: vi si parla di testi di canzoni particolarmente significativi), mentre fra le pagine finali si aggiungono “Storie d’Italia” di Daniele Biacchessi e quindi “Post Padding” (estratti assortiti dal frequentatissimo forum della rivista). Inoltre, a livello di organigramma, è istituito un “comitato di redazione” a tre (Del Papa, Guglielmi, Vignola) e fra i consulenti alla redazione salgono Aurelio Pasini (gennaio) e Alessandro Besselva Averame (ottobre); infine, nella redazione “tecnica”, a Beatrice Mele si affianca Valentina Cassano. E gli Oscar? Sono di nuovo esclusi dal numero di gennaio, ma in questo caso per una ragione validissima. Tutto il “meglio” del 2006 è infatti spostato, in veste ovviamente molto ampliata, nel lussuoso “Annuario del Mucchio”, giornale a sé – 212 pagine per 8 euro – ideato e curato da me e John Vignola: otterrà un discreto successo che purtroppo, negli anni seguenti, andrà via via scemando.

Dic
22

Per il Mucchio tornato mensile, il 2006 è un periodo di consolidamento, privo di grandi scossoni. Numero di pagine, prezzo e struttura rimangono invariati, e le poche modifiche riguardano il sottotitolo della testata (dove, da luglio/agosto, “attualità” sostituisce “politica”), l’ingresso di Luca Castelli, sempre a luglio/agosto, tra i consulenti alla redazione (al posto di Andrea Scanzi, peraltro già defilato) e l’assunzione come redattrice di Beatrice Mele. Nella seconda metà dell’anno, in parallelo all’eliminazione de “Il dito alzato”, sono poi varate due nuove rubriche più o meno fisse, “Tipi” di Pippo Russo (ritratti ironici di protagonisti della società e della cultura) e “Videogiochi” di Francesco Mazzetta.

Per quanto concerne la linea editoriale, la situazione rimane nebulosa e contraddittoria: da un lato Stèfani, sostenuto da Del Papa, vorrebbe un giornale in grado di farsi notare soprattutto al di fuori del circuito musica/cinema/libri, mentre tutto il resto dello staff spinge per un progetto culturale serio, con minimi accenni di politica e senza sterili polemiche, invettive gratuite, vuoti sensazionalismi. Ne scaturiscono naturalmente tensioni interne che non esplodono ma restano sottotraccia, con frequenti compromessi maldigeriti da entrambi gli “schieramenti”. È significativa in tal senso la copertina del n.628 (giugno), che raffigura il famoso “Cristo morto” del Mantegna e accompagna un pezzo di nove (!) facciate in cui il direttore sciorina (superficiali) considerazioni sul Cristianesimo: un’ossessione, quella di Stèfani per la religione e le sue infinite incongruenze, che continuerà a lungo a segnare il percorso del Mucchio, creando malcontenti in redazione e fra i lettori. Sopportabile? Magari sì, ma il problema è che accanto ad ateismo e anticlericalismo devono trovare quanto più possibile spazio sulla rivista altre “manie” stefaniane come il sesso e Silvio Berlusconi, che vengono di frequente tirati in ballo. Il secondo finirebbe sulla prima pagina di aprile in versione “catzillo” – il disegno è logicamente del fumettista Giancarlo Grieco, inventore del personaggio – se il distributore non sconsigliasse con convinzione l’uso dell’immagine per il concreto rischio di denunce e sequestri (per cercare di creare scandalo Stèfani parlerà impropriamente di “censura”, quando il termine corretto sarebbe stato “autocensura”). Il primo è invece alla base della scelta di Miss Violetta Beauregarde – la trasgressiva cantante e scrittrice che appare anche nel film porno “Il Mucchio Selvaggio” – come cover star del numero di dicembre; per fortuna lei consegnerà all’ultimo momento una foto nella quale non avrebbe potuto essere più vestita, chiudendo così una sequenza di copertine del 2006 comprendente, nell’ordine, Isobel Campbell & Mark Lanegan, l’attore Joaquin Phoenix nei panni di Johnny Cash, Flaming Lips, Prince, Carmen Consoli, il succitato Cristo pittorico, la serie televisiva “Lost” che era prossima alla seconda stagione, Syd Barrett in occasione della morte (un successo: da qui in avanti nessun numero venderà più copie), Bonnie “Prince” Billy e il regista Sam Peckinpah.

Fra le altre cose sono da segnalare il ritorno degli “Oscar”, ovviamente relativi al 2005: per i dischi non vengono redatte classifiche generali, ma in quelle individuali figurano spesso Sleater-Kinney, Afterhours, LCD Soundsystem, Art Brut, Eels e Bettye Lavette, mentre nell’elenco dei film più apprezzati spuntano “Million Dollar Baby”, “Hotel Rwanda”, “Crash”, “Sin City” e “Romanzo criminale”. Al di là delle sporadiche cadute di stile, gli argomenti di volta in volta affrontati più in esteso – nel formato dell’intervista – sono quasi tutti ineccepibili: Ivano Fossati, Afterhours, Calexico, Tool, Fiona Apple, Primal Scream, Joanna Newsom, Dan Sartain o Wilco nella musica, i giornalisti Gianni Mura, Claudio Sabelli Fioretti, David Lane e Saverio Lodato, la FIMI, Tinto Brass, Nanni Moretti, il programma “Report”, Michele Serra o Filippo Timi nel resto. Materiale sempre di grande qualità che fa passare in sordina il peccato veniale delle mezze pagine denominate “Pescate nel Mucchio” che compaiono – due a numero – da novembre: mini-presentazioni di prodotti tecnologici che vorrebbero indurre i marchi del settore ad acquistare inserzioni pubblicitarie. Superfluo rimarcare che nessuno abboccherà all’amo ingenuamente gettato.

Dic
21

Nella versione 2005, che arriva nelle edicole prima del Natale del 2004, il Mucchio è logicamente diversissimo: 148 pagine (a 5 euro) con carta di qualità superiore, testata ridisegnata, sottotestata che recita “mensile di musica, cinema, libri, performance e politica”, grafica rivoluzionata con uno schema fisso per molti aspetti discutibile (titoli in un unico font e per lo più giganteschi, foto spesso virate e circondate da funeree cornici nere) ma adattabile a qualsiasi necessità senza bisogno di un professionista dell’impaginazione creativa. Le modifiche sono poi più che rilevanti anche nell’impostazione dei contenuti. La prima metà della rivista è infatti appannaggio della musica, con interviste e recensioni a precedere le rubriche “Soundlab”, “Oltre le stelle”, “Sul palco”, “Fuori dal Mucchio” (per quest’ultima solo due pagine invece delle ventidue/ventiquattro complessive dei tempi del settimanale) e l’inserto “Classic Rock” (appena più smilzo di prima); la seconda metà, denominata “Altro”, allinea invece alcuni articoli dedicati agli argomenti più vari, seguiti dagli spazi “Cineplex”, “Booklet” (analoghi a quelli mensilmente spillati al centro del settimanale) e “Performance” (ultima transitoria infatuazione “indotta” del direttore: teatro, balletto e quant’altro, a cura di Ilaria Mancia), più rubriche già note (“My Private Life”, “Helter Skelter”, “Ululati”, l’immancabile “Short Talks”), riproposte dopo breve latitanza (“Rovad” di Andrea Scanzi, “Mediapolis” di Luca Castelli) e nuove (“Il dito alzato” di Massimo Del Papa, “Fumetti” di Sergio Rossi). Manca “Seppia”, che però riapparirà a febbraio cofirmata da… Triglia, l’altra labrador nera intanto acquistata da Stèfani. Nell’ambito dello staff, assieme alla rinuncia alle collaboratrici interne (sacrificate, vista la minor mole di lavoro, per esigenze di bilancio), si registra una riduzione del numero dei consulenti alla redazione (ora sei: Cilìa, Del Papa, Guglielmi, Scanzi, Testani, Vignola), con Stèfani e Daniela Federico ovviamente confermati nei ruoli di direttore e caporedattore.

Per tutto l’anno, se si eccettuano l’aumento delle pagine a 164 (già da febbraio) e l’ingaggio di Riccardo Bertoncelli – “decano” della critica rock italiana – per una nuova rubrica varata dopo l’estate (“Freak”), nel giornale non cambierà quasi nulla. Le vendite, invece, si triplicheranno, confermando implicitamente come l’esperienza del settimanale avesse fatto il suo tempo: con l’informazione rapida ormai spostatasi in Internet, il pubblico degli appassionati di musica (e non solo) dimostra di preferire, almeno su carta, un prodotto di approfondimento globalmente più ricco e meno impegnativo/dispersivo a livello di periodicità. Ironia della sorte, da lì a pochi mesi il Gruppo Editoriale L’Espresso adotterà una strategia analoga, chiudendo il settimanale “Musica!” (spina nel fianco del Mucchio per molti anni, in quanto allegato gratuito de “La Repubblica”) e varando il mensile concorrente “XL”.

Le undici copertine del 2005 vedono, nell’ordine, Beck (ma con una foto vecchissima), Low, Clint Eastwood, Giorgio Bocca (accompagnata da una bella intervista di Del Papa), Juliette & The Licks (la band dell’attrice Juliette Lewis), Eels, Dylan Dog (giustificata da un’intervista a Tiziano Sclavi), Sigur Rós, Ligabue, Sabina Guzzanti e Bruce Springsteen (una foto d’epoca, in occasione del cofanetto celebrativo di “Born To Run”): scelte, insomma, funzionali a un giornale che per rilanciarsi dà – ma senza sputtanamenti – un colpo al cerchio e uno alla botte, inseguendo un’ipotetica platea di curiosi in senso lato ma cercando di non deludere gli aficionados. Si avverte, però, il sempre più scarso interesse di Stèfani per quella musica che continua a essere il tema preferito da un buon 90% del bacino di utenza, con il relativo impegno a tentare di orientare i lettori verso stimoli culturali di altro genere. Esplicito l’editoriale del n.606, il primo del nuovo corso, dove si auspica una rivista “che faccia pensare, che spiazzi di continuo, che non dia mai niente per scontato, che non sia né di sinistra né di destra, che non appartenga a nessuna parrocchia. Che disturbi, che insinui dubbi nelle troppe e pericolose certezze. Essere attuali vuol dire anche ricattare, provocare. Bisogna parlare sempre. Irritare. Incrinare i consensi facili. Infastidire. Rompere il silenzio. La voglia di pulizia e chiarezza non muore, non può morire”. Peccato che la brillante teoria non troverà mai attuazione realmente soddisfacente per colpa degli eccessi di demagogia, improvvisazione, autoreferenzialità e pressapochismo, tanto marchiani da far passare in secondo piano pure le buone idee. Almeno in parte è in quest’ottica che va interpretata l’assenza, nel numero di gennaio, del tradizionale riepilogo sul “meglio” offerto dall’anno appena trascorso per quanto riguarda dischi, film e libri.

Feb
25

Per Il Mucchio settimanale, il 2004 è vissuto da condannato a morte che attende il miracolo sotto forma di rinvio dell’esecuzione o di grazia. Non arrivano purtroppo né l’uno nell’altra, ma ciò non impedisce alla rivista di mantenere i suoi soliti (elevati) standard e le sue ormai classiche scelte anticonvenzionali: valgano come esempi la contestata copertina a Vasco Rossi, con “Un grande…” sul davanti e “…bluff” all’interno, o quella che raffigura uno di quegli enormi, insopportabili manifesti di propaganda berlusconiana sul quale mano ignota ha tracciato un “A Robin Hood… ma vaffanculo” sotto lo slogan “1.558.000 pensioni aumentate ai pensionati più poveri”, o ancora quella ispirata dal film di Guido Chiesa “Lavorare con lentezza” che mostra una scena di contestazione studentesca del 1977). Tra le prime pagine dominano comunque quelle ad artisti stranieri (Air, Auf Der Maur, Franz Ferdinand, Sondre Lerche, PJ Harvey, Wilco, Mark Lanegan, Libertines, Green Day, U2…), peraltro non di tanto superiori a quelle che hanno per protagonisti telenti autoctoni (Massimo Zamboni, Verdena, Elisa, Francesco Guccini, Nada, Têtes de bois, Il Parto delle Nuvole Pesanti, Mauro Pagani, Paolo Conte); scarseggiano, invece, il cinema (solo “Kill Bill Vol. 2” e lo scrittore/sceneggiatore Guillermo Arriaga) e la cultura in senso lato (un sacrosanto Pier Paolo Pasolini), anche se essi sono in ogni caso sempre rappresentati nelle pagine interne.

Non si avvertisse già nell’aria l’imminenza del cambiamento che da una settimana all’altra – per la precisione, dal 21 al 28 dicembre prossimi – cancellerà un lungo, indimenticabile periodo di passioni e sacrifici, il 2004 potrebbe anche essere una tipica annata del Mucchio: un’annata piuttosto tranquilla, vista sostanziale staticità di un progetto dove gli arrivi più visibili fra le rubriche più o meno fisse sono la pungente “Helter Skelter” di The Raven (spigolature), la più faceta “My Private Life” di Stèfani (una sorta di “blog” cartaceo) e la “Pardon My Heart” di Solventi (sostituisce con leggere variazioni di prospettiva la “Loser” che nel 2002 si era affiancata, alternandovisi, a “Lacune”), dove l’unica variazione nell’organigramma è la contemporanea investitura alla carica di “consulenti alla redazione” di Besselva, Ivic e Pasini e dove l’Oscar del miglior album va prevedibilmente a “Hail To The Thief” dei Radiohead (più in basso sul podio, “Dear Catastrophe Waitress” dei Belle And Sebastian e “The Headphone Masterpiece” di Cody Chesnutt). Con la trentesima uscita, allegata a mo’ di stimolo per l’acquisto anche alle copie distribuite in edicola  del numero estivo di ottanta pagine (una tantum il prezzo sale a euro 5,90), si conclude poi la collana delle raccolte confezionate appositamente per i nostri abbonati, sostituite da CD-sampler forniti da singole case discografiche; restano invece oggetti esclusivi i compact di “Extra”, che nel 2004 sono i live di Hugo Race + True Spirit, Willard Grant Conspiracy e Nada e l’apprezzato tributo allo scomparso Giorgio Gaber “Un’attrazione un po’ incosciente” (in scaletta, tra le altre, riletture personalizzate a opera di Giulio Casale, Paolo Benvegnù, Roy Paci, Baustelle, Pinomarino e Virginiana Miller).

L’ultimo numero del 2004 e della gestione settimanale, il 605, è dedicato agli Oscar: l’album più votato è l’omonimo esordio dei Franz Ferdinand, seguito da “Niño Rojo” di Devendra Banhart, “A Ghost Is Born” dei Wilco, “Bubblegum” di Mark Lanegan, “Misery Is A Butterfly” dei Blonde Redhead; oltre alla graduatoria generale, ci sono quelle dei collaboratori principali ciascuna con un ampio commento, un articolo di quattro pagine sul “meglio” del panorama italiano, uno speciale “Oltre le stelle” in cui ciascuno si sofferma sul proprio disco preferito del 2004. Spazio minore, ma comunque non disprezzabile, è inoltre concesso alla letteratura (il libro dell’anno è “New Thing” di Wu Ming 1), al cinema (quindici film ex aequo) e al teatro. Si conclude così una delle fasi più controverse e travagliate, ma anche vivaci, della storia del Mucchio: il ventinovesimo anno di vita editoriale della rivista vedrà, come annunciato, un ennesimo cambiamento. Radicale.

Feb
25

In perfetta sintonia con la tragica situazione di un’Italia schiava della dittatura economica, sociale e (sotto)culturale imposta dalla Destra e dall’incapacità delle Sinistre di offrire valide alternative, Il Mucchio del 2003 si fa sentire – più o meno solo dai già convertiti, ma meglio di niente – nel modo che conosce meglio: ragionando con la propria testa ed esprimendo senza peli sulla lingua il succo di tali riflessioni. Specchio fedele della volontà di resistere all’intorpidimento dei cervelli, delle coscienze e della memoria, obiettivo da perseguire anche rischiando cali di lucidità ed eccessi di partigianeria, sono alcune copertine di sicuro impatto disseminate nel corso dell’anno: quella “antiproibizionista” di gennaio (n.517), quella sulla Loggia P2 di febbraio (n.520), quella in ricordo del rapimento di Aldo Moro di maggio (n.535), quella piuttosto insolita che nel n.560 – in edicola da prima di Natale a dopo l’Epifania – si presenta completamente nera con l’eccezione di una frase di Gandhi che recita “Mantenetevi folli e comportatevi come persone normali”. Un inequivocabile prendere le distanze dalle altre riviste solo di musica, troppo asettiche e segaiole, che si manifesta anche dal “biglietto da visita” del tradizionale numero degli Oscar, una foto del trio pop al femminile Las Ketchup: una scelta ludica che non trova ovviamente alcun nesso con le preferenze indicate dai membri dello staff, che portano all’assegnazione dei primi tre posti a “Sea Change” di Beck, “The Man Comes Around” di Johnny Cash e “Songs For The Deaf” dei Queens Of The Stone Age.

Impermeabile alle critiche di quanti lo vorrebbero più “chiuso”, insomma, Il Mucchio prosegue per la sua strada, occupandosi del fenomeno dei CD masterizzati (“Chi sta uccidendo la musica?” è lo strillo in copertina del numero inaugurale dell’anno) e di Vittorio Emanuele di Savoia (il “due di picche” fra gli assi nell’orrenda prima pagina del n.519), di Gabriele Muccino (aspramente criticato in sede di intervista da Daniela Federico e Beatrice Mele) e del comico Maurizio Crozza, del calciatore della Fiorentina dei ‘60 Kurt Hamrin (intervistato da Stèfani, suo fan da ragazzo) e dello scrittore/sceneggiatore Richard Matheson, del telefilm di culto “UFO” e di Massimo Fini, peraltro nell’ambito di numeri che come da copertine continuano a privilegiare il rock internazionale più (Massive Attack, Lou Reed, Johnny Cash, Blur, Tricky, Bruce Springsteen, Rolling Stones, Radiohead, R.E.M., Neil Young, Robert Wyatt, Primal Scream, Beatles, Pearl Jam, Randy Newman) o meno attempato (Cat Power, White Stripes, Turin Brakes, Grandaddy, Cody ChesnuTT, Black Rebel Motorcycle Club, Coral, Muse, Beck, I Am Kloot, Oi Va Voi, Strokes), così come il panorama italiano (Giorgio Gaber, Vinicio Capossela, Cristina Donà, La Crus, Ivano Fossati, Gang con una foto dei fratelli Severini ai tempi della Prima Comunione, Estra, Frankie HI-NRG). In un’annata che non vede quasi ingaggi o defezioni tra i collaboratori, si segnalano comunque un certo movimento tra le rubriche (“Cineplex” una volta al mese diventa un inserto come “Fuori dal Mucchio”, “Classic Rock” e “Booklet”, nascono “Soundlab”, “Videolicker” e la “Ululati” di Riccardo Orioles; sparisce invece “Garrincha”), il doveroso rilancio in grande stile del sito http://www.il mucchio.it (il cui cuore è costituito dall’attivissimo Forum moderato da Tania Trionfi e Marcella Mormino), l’avvio di una feroce polemica con alcuni “nostri” artisti – in primis Subsonica e Afterhours – a causa dei loro rapporti con il mensile berlusconiano “Tutto” (chiuderà nel 2004), l’ultima partnership del Mucchio alla rassegna “Frequenze Disturbate” che si organizzava ogni estate in quel di Urbino. Eppure, nonostante tanto dimenarsi, il giornale resta appannaggio di una piccola élite: e questo, unito alla crescente penuria di inserzionisti, comincia a far riflettere seriamente su un eventuale, futuro ritorno alla periodicità mensile, meno affascinante ma anche meno dispersiva. Max e l’assai meno convinta Daniela, comunque, decidono di perseverare per un altro anno nella loro resistenza, confortati anche dagli ottimi riscontri di un “Extra” che oltre ai live esclusivi di Walkabouts, Black Heart Procession e Quintorigo confeziona “Non più i cadaveri dei soldati”, eccellente tributo a Fabrizio De André cui partecipano anche nomi sulla cresta dell’onda come Afterhours, Il Parto delle Nuvole Pesanti, Bandabardò, Gang, Claudio Lolli, Têtes de bois: numericamente parlando, è il campione di vendite della Stemax dai tempi del debutto in edicola del Mucchio Settimanale.

Feb
25

Nell’anno in cui festeggia sia il quarto di secolo di vita che il traguardo del n.500, Il Mucchio raggiunge il suo miglior equilibrio fra entusiasmo e professionalità, eclettismo e fedeltà alla linea, piacevolezza e spessore dei contenuti: forte di un meccanismo perfettamente oliato e di un rapporto di amicizia – o, almeno, di non-concorrenza – che lega tra loro i collaboratori, il giornale avrebbe tutto ciò che occorre per imporsi a livelli fino ad allora mai toccati, ma a ostacolare quello che dovrebbe essere il logico punto di arrivo ci sono la scarsa propensione alla lettura di gran parte della potenziale platea giovane, il crescente diffondersi dell’informazione in Rete, la concorrenza sleale – vista la sua natura di “free magazine”, allegato a La Repubblica”) – di un “Musica!” che fa di tutto per trattare i nostri stessi argomenti (che bravi, a fare gli alternativi con stipendi major!), le edicole al collasso per colpa dei troppi gadget e in qualche misura anche la crisi del mercato discografico. Ecco così che il nostro settimanale, pur non rinunciando a ogni occasione per farsi conoscere o ricordare, tende ulteriormente a crogiolarsi nel suo ruolo “di nicchia”, evitando anche i pur innocenti artifici – come lo sparare in prima pagina il nome famoso – di norma attuati per cercare di acquisire nuove fette di audience. “La qualità innanzitutto”, potrebbe recitare un eventuale spot, come continuamente sottolineato da scelte di copertine che si potrebbero trovare autolesioniste: di bruttezza esemplare, per citarne due, quella del n.488 (i libri di J.T. Leroy e Jonathan Franzen che fluttuano nello spazio) e quella del n.513, con un Valerio Evangelisti che nella foto vanta un appeal estetico certo non adeguato al suo carisma di scrittore. Insomma, giacché le vendite restano inalterate qualsiasi cosa si faccia, tanto vale esagerare e concedersi sfizi con Hope Sandoval, Boards Of Canada, Solomon Burke o Delgados, andare sul culturale con Irvine Welsh o Richard Ford, promuovere possibili “next big thing” come Interpol o Libertines e rimanere “sul sicuro” con stelle quali Bad Religion, Elvis Costello, Tom Waits, Primal Scream, Paul Weller o Björk, con un unico omaggio al cinema (“The Believer” di Henry Bean) e senza rinunciare al consueto impegno a favore della scena autoctona (Subsonica, Afterhours, Afterhours e Mercury Rev assieme in occasione del loro mini-tour inventato da Daniela Federico, P.G.R., Carmen Consoli, Bandabardò e Tiromancino) e a dar voce ai pochi cani sciolti di talento del mondo dello spettacolo (Daniele Luttazzi, fattosi autoironicamente ritrarre con addosso la camicia di forza, e il programma di Radio Due “Il ruggito del coniglio”). A rimanere più impresse nella memoria rispetto alle altre sono però le due copertine provocatorie: quella del numero degli Oscar, con una grottesca immagine del faccione tondo di Bettino Craxi sovrastato da un’aureola (il figlio Bobo minaccerà querela per l’articolo contenuto all’interno, ma non metterà poi in atto il proposito), e quella con la Madonnina che vomita sul Duomo, collegata a un articolo-denuncia di Massimo Del Papa sulla decadenza di Milano – eloquentissimo il titolo: “Dalla Milano da bere a quella da vomitare – Agonia di una città” – che scatenerà un bel po’ di polemiche. Del resto, l’approccio della rivista è ormai dichiaratamente militante, come messo in chiaro – non bastassero i tanti articoli di Del Papa, tra cui le interviste ad Antonino Caponnetto (n.472) e Giancarlo Caselli (n.483), e il tenore delle pagine della posta – dalla parola “politica” che a partire dal n.495 è aggiunta in fondo alla dicitura “Settimanale di musica, cinema, libri, video…” collocata al di sopra della testata.

Succedono molte altre cose, in quest’anno anche più dinamico di quanto non sembri a un’analisi frettolosa: l’Oscar come miglior album del 2001 assegnato a “Field Songs” di Mark Lanegan (seguono Radiohead, White Stripes e Nick Cave), il battesimo della rubrica di cinema “Cineplex” (affidata a Vignola), l’assunzione di collaboratori come Damir Ivic, Elena Raugei e Pippo Russo, il passaggio della responsabilità della grafica da Gabriella Matrone a Tania Russo, la festa-concerto per i venticinque anni del Mucchio e della Rough Trade dove – il 21 novembre, al Propaganda di Milano – si esibiscono i Libertines, l’aumento di prezzo (da marzo) a 3 euro, la pubblicazione di un maxi-articolo (quasi l’intero numero estivo, il 498) incentrato sulle cinquecento miglori canzoni del rock. Le novità più importanti sono però l’uscita del primo libro di Stèfani, una specie di autobiografia romanzata dal titolo “Seppia – La mia vita con un cane” (è venduto a 8 euro nelle edicole e presso la Stemax), e il cambio di rotta nei CD del lanciatissimo “Extra”, dato che dal n.5 le compilation sono sostituite da CD esclusivi, resi opzionali dal n.7 (rivista con CD 11 euro, senza 7 euro) per accontentare eventuali lettori non interessati; i primi quattro titoli della serie sono live irreperibili altrove di Steve Wynn, Giant Sand, Sid Griffin e Diaframma. E il nostro “Trimestrale di approfondimento musicale” ottiene, poco prima del Natale, un’altra bella soddisfazione: la Giunti realizza infatti il volume “Rock – 500 dischi fondamentali”, nel quale sono ristampate le sei parti della guida a una discoteca-base in origine apparsi sui primi cinque numeri del giornale. In dieci anni venderà sedicimila copie, qualificandosi a tutti gli effetti come successo.

Feb
25

Senza nulla voler sottrarre all’importanza di altri avvenimenti comunque di peso, il nostro 2001 ha senza dubbio come clou la nascita del “Mucchio Extra”, “trimestrale di approfondimento musicale” neppure tanto vagamente ispirato al mensile britannico “Mojo” che si pone come esperienza unica, almeno per l’Italia. Dopo il primo numero “sperimentale” di 128 pagine pubblicato il 21 marzo, contenente parecchio materiale recuperato dagli archivi, “Extra” si assesta nella formula attuale di 144 pagine scritte per lo più appositamente, intrigando i lettori soprattutto con gli elenchi commentati dei cento album fontamentali di uno specifico periodo storico o corrente stilistica; con le sue retrospettive-fiume, le sue rubriche (la più insolita è Immaginazioni, dedicata alla grafica dei dischi), le sue selezionatissime recensioni e un cd esclusivo in allegato (all’inizio una compilation di novità più qualche episodio altrove irreperibile), la lussuosa rivista ideata e diretta da me – con Cilìa, Testani e Vignola come redattori – ottiene da subito notevoli riscontri a dispetto del prezzo (inevitabilmente alto) di 11 euro.

Con “Extra” ad ampliare il quadro di una corretta informazione musicale, Il Mucchio – che a settembre passa a 5.000 lire/2 euro e 58; salvo sporadici aumenti, le pagine rimangono 64 – prosegue con ancor maggior convinzione lungo la via dell’apertura, concedendosi copertine-shock (la svastica in occasione della ristampa del famoso fumetto Maus, il bovino che sta morendo dissanguato per il numero degli Oscar, il manifesto tipo “wanted” con la foto di un giovane Berlusconi, il G8, la foto scattata a Carlo Giuliani un istante prima di essere ucciso, le Torri Gemelle in fiamme, Laura Pausini), lunghe interviste fino ad allora impensabili firmate da un meticoloso e “avvelenato” Massimo Del Papa (il magistrato Gherardo Colombo, i giornalisti e scrittori Giorgio Bocca e Marco Travaglio, Don Vinicio Albanesi), “Riflessioni” di rara (e amara) causticità, articoli sul G8 e sugli attentati dell’11 settembre e una mezza dozzina di servizi su arte e teatro, oltre a chiacchierate con la bravissima e brillante Paola Cortellesi e con uno Stèfani appena divenuto cinquantenne. Un approccio culturale in senso (molto) lato, orientato decisamente sulla politica e lasciato libero di sfogarsi – come rimarcato dalle pagine della posta, ormai un tazebao dei dissensi – con toni all’insegna dell’insofferenza barricadera: sebbene la musica continui a essere il fulcro della rivista, si tratta di una vera e propria sterzata della linea editoriale, che come sempre accade in questi casi non incontra il consenso dell’intero popolo dei lettori, con il conseguente sorgere di polemiche anche aspre che a ben vedere sono l’ennesima prova del legame che ci unisce.

Tutto quasi normale, invece, per gli Oscar, che con la scelta di indicare venticinque album a parimerito e le quindici preferenze – “spiegate” con un breve testo – dei principali collaboratori, costituisceno un perfetto compromesso tra la personalità collettiva del Mucchio e le individualità che la compongono (per la cronaca, tra i più votati figurano i Radiohead di “Kid A”, i Black Heart Procession, i Belle And Sebastian, PJ Harvey, i Blonde Redhead, i Songs: Ohia). Nulla di particolare da segnalare, poi, per quanto riguarda i contenuti musicali, ben sintetizzati da una selezione di copertine a volte italiane (Il Parto delle Nuvole Pesanti/Elettrojoyce, Afterhours, La Crus, Max Gazzè, Carmen Consoli) e molto più spesso appannaggio di nomi stranieri di culto come Warrior Soul, Stephen Malkmus, Magnetic Fields, Cousteau, Arab Strap, Mogwai, Mercury Rev, Strokes, Starsailor, White Stripes a fianco di illustri “nonni” come Leonard Cohen e Bob Dylan; e calma quasi piatta, infine, sul fronte staff, dato che l’unica nota rilevante è l’ingresso in squadra di Carlo Bordone.

Feb
25

Con il n. 386, del 29 febbraio, Il Mucchio vara il suo secondo inserto mensile da 16 pagine spillato al centro del giornale: si chiama “Classic Rock”, è curato da me e, com’è fin troppo facile intuire, si occupa di musica del passato, scegliendo spesso gli argomenti da trattare sulla base di quanto offerto dal sempre più vasto e intrigante mercato delle ristampe; l’idea è vincente e infatti, nell’arco di qualche mese, sarà più o meno sfacciatamente copiata dalla concorrenza. “Classic Rock” non è però l’unica novità “interna” dell’anno: a febbraio è lanciata una prima versione del sito http://www.ilmucchio.it, che a causa di mancanza di fondi e di assortite difficoltà organizzative non raccoglie i riscontri sperati e si limiterà a vegetare per un paio d’anni; in primavera Cilìa è “promosso” consulente, ruolo che in estate viene assegnato anche all’ultimo acquisto John Vignola (rubato a “Rockerilla” e per noi già autore di qualche pezzo sotto pseudonimo) e a Massimo Del Papa, mentre tra i collaboratori sono via via accolti – tra gli altri – Alessandro Besselva, Andrea Girolami, Stefano Solventi e Luca Bonavia, gli ultimi due con rubriche di commento su dischi “antichi” intitolate rispettivamente “Lacune” e “Time Has Told Me”; a luglio, compreso chiaramente che non avrebbe potuto scrivere ancora di più, si dimette invece Cico Casartelli, del quale si perdono le tracce. Subito dopo il numero speciale estivo (addirittura 96 pagine!) e senza ritocchi del prezzo, le facciate vengono aumentate stabilmente a 64: l’acquisita disponibilità di spazio consente di ospitare anche la neonata rubrica fissa “Oltre le stelle”, architettata da Testani, dove i redattori danno sinteticamente il loro parere su un album importante uscito già da alcuni mesi (Scanzi prenderà nota e lancerà, all’interno di “Garrincha”, un’analoga vetrina per i personaggi dello sport, “Oltre la traversa”); a novembre, infine, esordisce “Booklet”, nuovo inserto – creato e organizzato da John Vignola – che dà finalmente ordine e continuità all’informazione letteraria.

Per il resto, la linea editoriale continua a farsi più provocatoria, sia a livello di testi (la posta, la colonnina di Seppia, le pungenti analisi socio-culturali e talvolta politiche di Scanzi e Del Papa) che di scelte estreme nelle copertine: per quella del 1° febbraio, che accompagna gli Oscar ‘99, viene approntata una session fotografica con un Manuel Agnelli irriguardosamente truccato da Gesù Cristo seminudo, mentre per quella di fine dicembre è utilizzato uno scatto raffigurante cinque ragazzi della prima edizione de “Il grande fratello” sui quali campeggia lo strillo “Il grande nulla – 10 semianalfabeti tengono in ostaggio l’Italia”. Numerose sono inoltre le prime pagine dedicate a italiani (Diaframma, i rinnovati Litfiba, il già citato Manuel Agnelli, Ivano Fossati e Carmen Consoli, Francesco Guccini, Prozac +, Gang, Litfiba e C.S.I. per le “storiche” separazioni Renzulli/Pelù e Ferretti/Zamboni, 99 Posse, Marlene Kuntz e Vinicio Capossela), molte più di quelle che toccano al cinema (“Ghost Dog” di Jim Jarmusch, “Scarlet Diva” di Asia Argento) e alla poca televisione in sintonia con il nostro mondo (il programma “Alcatraz” di Diego Cugia, Gene Gnocchi). Su tutte le altre, band emergenti quali Boss Hog, Tosca, Yo La Tengo, Broadcast, It’s Jo And Danny, Grandaddy, Blonde Redhead, Mojave 3, Coldplay, Black Heart Procession, Sigur Ros, Goldfrapp o Gentle Waves surclassano gli artisti affermati come Red Hot Chili Peppers, Pearl Jam, Moby, Radiohead (due), PJ Harvey o Tricky: un trend che trova però solo in parte riscontro negli Oscar, la cui graduatoria finale – estrapolata da un “dossier” quantomai complesso e prodigo di dati – vede Tom Waits imporsi su Beck, Gomez, Black Heart Procession e Nine Inch Nails (ma si parla pure di film, libri, fumetti, teatro, arte, videogame e tv, con in più un contributo di Asia Argento.)

“Contenitore” imprevedibile ma non per questo arruffone di temi diversi, Il Mucchio salta da un servizio sulla vivisezione a uno sulla cammorra, dalle interviste a Rui Costa e Selèn a quelle a Jacopo Fo e Beppe Grillo, da un report sul “Sonar” di Barcellona a uno sulla Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, da un articolo su Roy Lichtenstein a uno su Tom Robbins. C’è insomma di che soddisfare chiunque, e difatti tutti – con l’eccezione degli incontentabili che animano le pagine della posta – sono soddisfatti… compresi gli aficionados di “Fuori dal Mucchio”, che vedono arrivare nei negozi su etichetta Larione 10/W’n’B il secondo e purtroppo ultimo volume della collana di cd tematici che vorrebbero costituire una sorta di “estensione sonora” della rubrica/inserto: la tendenza presa in esame è il cosiddetto combat-folk e i brani selezionati sono opera di Casa del Vento, Giuliano Contardo, Folkabbestia!, Mirafiori Kidz, Ned Ludd, Pseudofonia, I Ratti della Sabina, Tupamaros e dei “padrini” Modena City Ramblers.

 

Feb
25

Le 4.500 lire di prezzo non aumentano (in previsione del passaggio alla nuova moneta è indicato anche l’equivalente in euro, 2 e 30) e anche la struttura rimane identica: 48 o 64 pagine, eccetto il numero estivo che ne contiene ben 82: proprio nel n.361, nelle edicole addirittura dal 20 luglio al 30 agosto, Max si inventa una copertina oltraggiosa finalizzata – almeno nelle speranze – a far rumore per cercare di ottenere un po’ di pubblicità gratuita:  sotto la dichiarazione (autentica) del 1980 “Sono sostenitore del… come si chiama? …del rock”, su sfondo completamente bianco, c’è una foto del Papa inchinato per baciare la terra in occasione di una delle sue innumerevoli trasferte pastorali, sotto il cui volto è stata inserita con un abile fotomontaggio una chitarra elettrica. Inutile dire che non succederà nulla, cosa che convincerà il direttore della sua piena libertà di spingersi ancor più oltre senza correre concreti rischi di querele né tantomeno sequestri. “Giampaolo II” a parte, le prime pagine a Daniele Luttazzi e Asia Argento testimoniano della volontà di sposare personaggi del mondo non necessariamente musicale in sintonia ideale con la rivista, allo stesso modo in cui quelle a Marlene Kuntz, La Crus ed Elettrojoyce, Tre Allegri Ragazzi Morti, Estra, Afterhours, 24 Grana, Assalti Frontali, Subsonica, Massimo Volume, Almamegretta e Cristina Donà (più le “finestre” a Modena City Ramblers, Royalize, Bluvertigo e Ginevra Di Marco) la dicono lunga sul costante impegno del Mucchio a favore di un panorama autoctono sempre più valido e sempre più seguito dal pubblico. Rientrano nell’ordinaria amministrazione del giornale, invece, scelte come quelle di Jon Spencer, Fatboy Slim, Sebadoh, Blur, Kula Shaker, Tom Waits, Pavement, Beta Band, Patti Smith, Gomez, Rage The Machine, Solex e Muse, o come quelle “storiche” dei Beatles (in occasione del trentennale del “White Album”) o dei Clash (per l’uscita del live postumo “From Here To Eternity”), a ribadire l’assenza di paraocchi/paraorecchie e il desiderio di privilegiare la qualità, riservando peraltro un pizzico di attenzione ai fenomeni del momento e alle possibili star del domani. Al di là delle solite aperture a cinema, letteratura, fumetti, arte e cultura in genere, del varo della nuova rubrica di Scanzi “Quasi come Garrincha” (dedicata, guarda un po’, al calcio) e delle “Riflessioni” che continuano a toccare quasi soltanto temi legati al costume, alla società e allo spettacolo, Il Mucchio resta insomma sostanzialmente un settimanale di musica, seppure con dell’altro.

In attesa che tale situazione subisca qualche non secondaria modifica, il che avverrà dopo pochi mesi, si verificano comunque altri piccoli e grandi eventi. Innanzitutto, per incentivare gli abbonamenti anche allo scopo di limitare il numero delle copie inutilmente distribuite nelle edicole, la Stemax inizia a offrire raccolte di una quindicina di brani ciascuna – le compilo io, con eventuali suggerimenti degli altri collaboratori – confezionate bimestralmente solo per gli abbonati; la bella iniziativa andrà avanti fino al 2004, dando vita a una collana di ben trenta compact che documenta per quel che si può – considerate le mancate adesioni, per motivi di strategie di marketing, delle major e di parecchie grandi indipendenti – la miglior produzione discografica (in chiave Mucchio, va da sé) dell’ultimo lustro. Inoltre, la schiera dei consulenti alla redazione si allarga con l’ingresso di Scanzi e Testani, mentre tra i collaboratori appaiono via via personaggi destinati e non essere solo comparse: Natalino Capriotti, il musicista Daniele Contardo (poi nei Modena City Ramblers), il nuovo responsabile della rubrica di fumetti Salvatore Oliva, Andrea Lai, Dario Zonta, Maura Murizzi (che raggiunge il fratello Fausto, poi tra i fondatori di Rockit.it, nello staff dall’anno precedente), Aurelio Pasini, Gianluca Veltri e soprattutto Eddy Cilìà, anche lui “perdonato” da Max e reintegrato nell’organico. Sparisce invece per sempre Picardi, da me ucciso dopo aver lasciato definitivamente “Rumore” con il numero di dicembre.

Feb
25

Sul piano “pratico” il 1998 è un anno molto più tranquillo del precedente: il prezzo resta invariato (4.500 lire) così come le 48 pagine, portate a 64 in concomitanza all’inserto mensile “Fuori dal Mucchio” e in occasione delle vacanze estive (niente più albetti, ma un unico numero che resta in edicola un mese) e natalizie. Più caotica, invece, la situazione dello staff: a febbraio arriva Carlo Villa, ex collaboratore di ”Rockerilla” e titolare del negozio di dischi milanese Supporti Fonografici, che assume l’incarico di selezionare il meglio delle nuove uscite britanniche (al di là degli eccessi di partigianeria, lo svolgerà al meglio, segnalando “in anteprima” band destinate a un luminoso futuro come Belle And Sebastian, Scott 4, Gomez o Arab Strap); poche settimane dopo, la necessità di ridisegnare un po’ gli spazi eliminando la pretestuosa divisione tra le recensioni “rock” e quelle “altri suoni” crea attriti fra Stèfani, Daniela Amenta e il suo compagno Claudio Moriconi, provocando le successive dimissioni degli ultimi due e conducendo via via – anche per le defezioni (o le presenze fattesi “virtuali”) di Bernini, Canova, Giallo, Mongardini e Tettamanti – a un organigramma che per la fine dell’anno vedrà i ruoli di consulenti redazionali assegnati a Casartelli, me (ancora diviso tra il mio vero nome e l’identità segreta Gianluca Picardi), Pescatore, Malatacca e Villa.

La macchina, insomma, procede, anche se a rileggerli adesso i numeri dal 288 al 333 denotano una certa confusione di linea e un livello più basso di qualità dei testi. Delle copertine, tre sono cinematografiche (“Jackie Brown”, “Il grande Lebowski”, “X-Files”) e otto sono dedicate a italiani più o meno emergenti come Prozac +, Üstmamò, Almamegretta, Mau Mau, Subsonica (ai quali, carta canta, abbiamo creduto assai prima di chiunque altro: la storia dirà se per questo saremo da glorificare o da crocifiggere), Carmen Consoli, Modena City Ramblers e ancora Carmen, che convinco per l’ultimo numero dell’anno a vestire i panni del Babbo Natale sexy; per il resto c’è invece alternanza tra nomi consolidati (Massive Attack, Sonic Youth, Smashing Pumpkins, Tricky, Nick Cave, Manu Chao (che all’epoca non era però tanto consolidato, almeno come solista), Mark Lanegan, Bruce Springsteen, R.E.M., Metallica, Beck) e artisti nuovi e/o di culto quali Alabama 3, Air, Propellerheads, Scott 4, Space, Lo-Fidelity All Stars, Embrace, Chocolate Genius, Belle And Sebastian, UNKLE, Eels, Babybird o Elliot Smith. La proiezione verso il moderno appare comunque chiarissima, come confermato anche dalla singolare (e mai più ripetuta) gestione degli Oscar: nel n.290, del 27 gennaio, ci si limita a riportare le preferenze di altre testate mente nel n.293, uscito il 17 febbraio, i soliti elenchi dei giornalisti sono sostituiti dagli esiti del referendum indetto qualche settimana prima tra i lettori (gli album del 1997 risultano “Ok Computer” dei Radiohead tra gli stranieri e “Hai paura del buio?” degli Afterhours entro i nostri confini) e da articoli di Villa e mio sulle speranze internazionali e nazionali per l’anno appena iniziato. In anticipo rispetto al consueto, gli Oscar del 1998 sono invece presentati, in modo articolato ed esauriente, nel numero natalizio: Stèfani introduce, Villa si occupa di Gran Bretagna, io di Italia e USA (meno il post-rock e dintorni, appannaggio di Pescatore), Malatacca di nuove tendenze e Casartelli di rock classico e ristampe; seguono le liste individuali, il cui spoglio colloca sul podio “Electro-Shock Blues” degli Eels su “Scraps At Midnight” di Mark Lanegan e “Up” dei R.E.M., e articoli approfonditi sul meglio di letteratura, cinema e fumetti, che rendono ulteriormente ricco un numero reso già appetibilissimo dalla lunga intervista di Scanzi a Riccardo Bertoncelli e dalle sei pagine nelle quali Malatacca inquadra brevemente, condendo i discorsi con dichiarazioni appositamente raccolte, sei tra gli esponenti più apprezzati del mondo del turntablism.

Tra gli highlights dell’anno sono poi da ricordare l’intervista a Frank Black e Joe Santiago dei Pixies acquistata da “Les Inrockuptibles”, una vivace polemica sulla sovraesposizione dei C.S.I. che per alcuni mesi coinvolge lettori e operatori del settore, il ritorno di Blue Bottazzi con una pagina di rimembranze sul rock classico intitolata “Texas Tears” (un fuoco di paglia: solo due puntate) e quello irregolare ma comunque stabile dei video-games, gli esordi di Luca Castelli (con uno spazio semifisso su Internet) e della personalissima rubrica di Andrea Scanzi “I deliri di Rovad”, la diffusione sul mercato del primo CD di “Fuori dal Mucchio”, prodotto dalla Larione 10/Sony e dedicato al “rock d’autore” (due brani ciascuno di Elettrojoyce, Altera, Valentina Dorme, Marco Sanchioni, Revolution, Rude Pravda, Newest Industry e Hop Frog; la cura è naturalmente mia, il disegno di copertina è di Davide Toffolo), le prime “Riflessioni” – più “di costume” che non politiche – di Massimo Del Papa, un’intervista con Mauro Pagani a proposito delle manovre “dietro le quinte” della rassegna romana del 1° Maggio, le chiacchierate con vari addetti ai lavori volte a capire e spiegare le ragioni del prezzo eccessivo dei CD, un pezzo sul vegetarianismo, il report di Carlo Villa sul Festival di Reading.

 

Feb
25

La necessità di assestare il progetto del settimanale, ottimizzando sotto il profilo economico tiratura, foliazione e prezzo, comporta ovviamente qualche scompenso organizzativo, al punto che in tale ambito il 1997 risulta assai stravagante: i numeri pubblicati dal 7 gennaio al 22 luglio, quelli dal 239 al 267, hanno le solite 64 pagine e costano 4.900 lire; seguono tre albi estivi in versione “slim” (32 pagine a 3.000 lire) e infine – dal 271 al 287 – numeri da 4.500 lire da 48 pagine, che vengono aumentate a 64 quando una volta al mese “Fuori dal Mucchio” non è semplice rubrica ma inserto e quando – nel n.287 – ben dodici sono destinate da un’intervista a Max che celebra, con discorsi a 360° suggeriti da Paolo Corciulo, i primi due decenni di vita del giornale. Sul piano dei contenuti, com’è logico che sia per un periodico da confezionare a ritmi frenetici e talvolta con l’obbligo di improvvisare, la situazione è persino più incasinata e ricca di colpi di scena: in copertina si passa senza problemi dagli U2 (ben tre!) a Nick Drake, dai Beatles alla cultura giapponese, dai Chemical Brothers ai Residents, dai Modena City Ramblers a John Travolta, da Nick Cave ai Pixies, da Frankie Hi-NRG a Elio e le Storie Tese, da Sanremo (ma con il dito medio alzato e “Il festival della monnezza italiana” come “strillo”) alle parodie in chiave porno di comics e cartoons reperibili su Internet, da Andrea Pazienza all’immancabile Bruce Springsten (due), da Björk ai Portishead fino alle “scommesse” su Carmen Consoli, Afterhours o Jay-Jay Johanson. La prima pagina che fa più epoca è però, purtroppo, quella del n. 264, realizzata con l’intento di salutare l’appena scomparso Jeff Buckley: tra le foto fornite dalla Sony ce n’è una che raffigura un musicista della band e come da Legge di Murphy la grafica sceglie proprio quella; per la fretta, nessuno vede la copertina prima che la rivista sia stampata, e a quel punto il danno è fatto, con conseguenti, feroci prese per il culo da parte di lettori e addetti ai lavori e con le definitive dimissioni (a parte “Fuori dal Mucchio”, per il quale continua per un po’ a scrivere) di Giancarlo Susanna che attribuisce l’obbrobrio non a un errore dovuto a fatalità probabilmente irripetibili (peraltro, mai dire mai: chissà, magari in futuro sapremo stupirvi ancora) ma a incuria e superficialità. Per un pur prezioso collaboratore che se ne va, in ogni caso, altri ne arrivano: ad esempio, Cico Casartelli, cultore del rock classico ma con (eccessive) ambizioni da “tuttologo”; Ugo Malatacca, che si occupa di nuove tendenze soprattutto di area elettronica e dance; l’estroso e profondo Andrea Scanzi, per idee e stile una delle migliori penne apparse sulle nostre pagine; il passionale Gianluca Testani, un vero rocker che scrive con energia e sentimento; Massimo Del Papa (“mark I”), che firma solo qualche recensione di dischi. La novità più stravagante in seno allo staff, specie con il senno di poi, è comunque l’ingaggio di Pierluigi Diaco, per diciassette numeri titolare della rubrica giovanilista “Pigi’s Corner” (sottotitolo: “un ventenne intransigente, stanco di tutto ma non di tutti”): un tentativo di apertura a un altro pubblico che sfocia in nulla di fatto quando il tentennante Max decide di non lasciare la sua poltrona di direttore, come pure aveva dichiarato di poter fare, alle chiappe del rampante giovanotto.

Sul fronte degli articoli, sono da ricordare gli approfondimenti sulla miglior critica musicale straniera (Nick Kent, Lester Bangs), l’intervista di Roberto Giallo a Jovanotti e quella esclusiva al Boss effettuata nella lontana Australia, l’inchiesta sull’acquisto dei CD tramite Internet, una celebrazione dei trent’anni di “Sgt. Pepper’s”, l’istituzione a giugno del “Crucicchio Selvaggio” (cruciverba mucchiofilo a cura di Luigi Abramo e Daniela Federico: ne verranno purtroppo proposti appena una decina) e a settembre della rubrica “The Art Of The Charts” (spazio libero destinato ai lettori per “suggerimenti, lettere, foto, informazioni, pareri…”), la divisione degli Oscar – assegnati, però, solo ai dischi: in questa prima fase del settimanale, benché presenti con continuità, cinema e letteratura sono più ai margini rispetti al mensile – nelle categorie “rock”, “altri suoni”, “Italia”, “esordienti” e “antologie e colonne sonore”, con dodici titoli segnalati in rigoroso ordine alfabetico per ogni sezione. Intanto la casa editrice parallela Apache, dopo “Rumore” e “Pulp”, inizia a dare alle stampe una terza rivista, un bimestrale appropriatamente battezzato “Bassa Fedeltà” che ruota attorno a Luca Frazzi, Claudio Sorge e me e propaganda il punk e il garage più ruspanti (sarà chiuso nel maggio ‘99 dopo tredici numeri: andava benino, ma sottraeva troppe vendite a “Rumore”). Infine, per poco Stèfani e Sorge non accettano l’offerta di Stefano Isidoro Bianchi, allontanatosi dal Mucchio, di sostenere la sua fanzine “Blow Up” nel passaggio alla professionalità: raccolto il rifiuto, Bianchi opta per l’autarchia e dopo l’estate confeziona una nuova serie bimestrale della sua creatura, distribuita solo in abbonamento (un anno dopo, nell’estate 1998, sarà invece la volta del sospirato approdo nelle edicole).

Feb
25

In via eccezionale, visto anche che cambiare per una volta lo schema espositivo può anche essere di giovamento alla lettura, raccontiamolo cronologicamente, perché altrimenti è un vero casino. Diciamo allora che i primi tre numeri dell’anno non presentano anomalie: copertine a C.S.I., Nick Cave e Modena City Ramblers con Paolo Rossi, articoli come sempre vari e interessanti e Oscar ‘95 come da consolidato copione, anche se tra i venti ritornano gli artisti italiani (Almamegretta e Ligabue, al fianco di Boss Hog, Elvis Costello, Steve Earle, Joe Ely, Ben Harper, PJ Harvey, Mad Season, Gary Moore, Oasis, Rancid, Red Hot Chili Peppers, Rolling Stones, Smashing Pumpkins, Bruce Springsteen, Terrell, Urge Overkill e Neil Young); nel cinema, invece, permane la divisione film nazionali/film internazionali, con “Lo zio di Brooklyn” di Ciprì e Maresco, “L’amore molesto” di Martone e “I buchi neri” di Corsicato a segnalarsi con particolare autorevolezza nel primo settore e “Seven” di Fincher, “Underground” di Kusturica ed “Ed Wood di Burton a fare lo stesso nel secondo. Inoltre, Daniela Amenta è promossa redattore.

Ad aprile, senza aumenti di prezzo, le pagine diventano 96 con il varo di “Fuori dal Mucchio”, inserto centrale di sedici facciate dedicato al rock italiano “sommerso” ideato e curato da me (nascosto dietro lo pseudonimo Gianluca Picardi, per via dei soliti problemi di concorrenza con “Rumore”). Sempre ad aprile, anche se la notizia si apprenderà il mese successivo, Zambellini (dopo Max, la firma più anziana) e Denti si dimettono per imbarcarsi nella fallimentare idea di un nuovo mensile (“Feedback”) che chiuderà dopo appena quattro numeri. Il Mucchio non ne risente, acquisisce qualche nuovo collaboratore (Luca Bernini, Mauro Gervasini, Nicola Manfredi, Gabriele Pescatore, Claudio Moriconi e altri – come Fabio Massimo Arati e Gianluca Polverari – presenti solo in “Fuori dal Mucchio”) e mette in fila quattro numeri con in copertina Tori Amos, Soundgarden, L’evoluzione del rock inglese e Patti Smith. A maggio vede la luce il primo numero di “Pulp”, bimestrale di letteratura della Apache (della quale Stèfani è ancora socio), mentre a giugno è comunicato l’imminente passaggio alla periodicità settimanale, con un progetto concepito da Stèfani e Ronzani. Il destino bastardo si porta via quest’ultimo, da tempo affetto da un male incurabile, il 14 agosto, impedendogli di assistere alla nascita quella che è a tutti gli effetti anche una sua creatura.

Il primo Mucchio settimanale, il 224, esce il 24 settembre, edito dalla neonata cooperativa Stemax (da Stefano e Max) che ha rilevato dalla Lakota il diritto d’uso della testata. Il sottotitolo è “Settimanale di musica rock, cinema, libri, video…” e nell’organigramma Max e Daniela Federico figurano come responsabili della direzione editoriale e della redazione; non c’è Bianca Spezzano, mentre Canova, Giallo, Tettamanti e Luciano Viti  sono consulenti e Amenta, Biamonte, Mongardini, Guglielmi/Picardi e Susanna hanno invece l’insolito ruolo di “check-up redazionale” (entro la fine dell’anno, con l’eccezione del dimissionario Biamonte, anche loro saranno “elevati” alla consulenza) e parecchi nomi inediti si affacciano tra i collaboratori (tra i quali Luigi Abramo, Stefano Isidoro Bianchi, Jonathan Giustini, Federico Fiume). In copertina, una bellissima foto di Viti raffigurante Ligabue è deturpata da un artificio grafico che porta il volto del rocker emiliano all’interno della camicia, con un surreale e sgradevole effetto alieno; più normali – a parte quella del 3 dicembre, con una modella di Vivienne Westwood che ostenta un membro finto – sono invece le altre tredici prime pagine del periodo ottobre-dicembre, tutte (tranne la suddetta) musicali.

Nella sua nuova veste, Il Mucchio è un giornale più leggero ma sempre ricco di contenuti, con molte interviste (quasi solo di giornalisti italiani, a parte quelle tradotte da “Les Inrockuptibles” che Stèfani firma però con il suo nome), recensioni ben selezionate, rubriche assortite, riflessioni. Le pagine sono 64, tutte a colori, e il prezzo passa dopo undici settimane da 3.500 a 4.900, causa previsioni di vendita iniziali troppo ottimistiche. Una curiosità: la colonnina di “commenti vari” che chiude la rivista sarà attribuita a Seppia (la labrador del direttore; è ovviamente lui a scriverla), solo dal n.228, dopo che per cinque settimane era stata firmata Il Pellicano e La Cinciallegra.

Feb
25

Dopo anni di stasi o piccoli aggiustamenti, il n. 210/211 porta un deciso ed efficace restyling grafico, che viene perfezionato quando – nel numero di settembre – il colore viene ripristinato in buona parte delle pagine; il prezzo rimane invece immutato, mentre a ottobre Giancarlo Susanna è promosso da collaboratore a redattore. Non ci sono modifiche sostanziali, invece, nella “nuova” linea un po’ più aperta a fenomeni musicali freschi e al rock italiano, come sottolineato da una sequenza di copertine che peraltro – con poche eccezioni – lasciano curiosamente a desiderare sotto il profilo estetico (un irriconoscibile Sly Stone, R.E.M., Casino Royale, PJ Harvey, Bob Dylan, Negrita, Antonio Albanese, Lenny Kravitz, Ligabue, la triade Rancid/Offspring Green Day, Bruce Springsteen) e dai soliti Oscar, che finiscono idealmente a David Byrne, Jeff Buckley, Johnny Cash, Nick Cave, Ry Cooder/Ali Farka Toure, Grant Lee Buffalo, Ben Harper, Ted Hawkins, Tom Petty, Portishead, Primal Scream, Robbie Robertson, Rolling Stones, Todd Snider, Soul Coughing, Soundgarden, Jon Spencer, Sugar, Jimmie Vaughan e Neil Young. Tutti stranieri? Esatto, perché gli italiani sono per la prima volta esclusi dalla lista generale in quanto trattati a parte da Daniela Amenta (per la cronaca, i premiati sono dodici: A.F.A., Bisca, C.S.I., Fratelli di Soledad, Gruppo ‘E Zezi, Madaski, Modena City Ramblers, Negrita, Ritmo Tribale, Sangue Misto, Daniele Sepe e Yo Yo Mundi), a rendere ancor più “mosso” ed esauriente un maxi-articolo che anche nel settore cinema mantiene la divisione tra autoctoni ed esteri, gratificando dieci film internazionali (applausi a scena aperta per “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino e “Natural Born Killers” di Oliver Stone) e dieci di produzione nostrana (menzione speciale per “Caro diario” di Nanni Moretti).

Nel campo dei progetti speciali, il numero di marzo contiene il primo di una serie di inserti – quello inaugurale contenuto nel Mucchio, i successivi ventuno inviati solo agli abbonati – di “In The Name Of Rock”, libro di Alessandro Bolli nel quale spiegate le origini di alcune migliaia di nomi di band; per varie ragioni la distribuzione dei fascicoli si arenerà presto, ma nel 1998 il lavoro sarà recuperato integralmente dalla Arcana come volume e con il titolo “Il dizionario dei nomi rock”. La cosa forse più bizzarra dell’anno è però la lunga intervista a… me realizzata da Max Stèfani come pezzo portante di un articolo sul punk pubblicato a novembre: una formula “ibrida” per sostituire un articolo che, in quanto firma di “Rumore”, non potevo scrivere per via dell’accordo di non-concorrenza esistente tra Stèfani e Sorge, e una preziosa occasione per ricostruire il rapporto di amicizia che pareva essere naufragato per sempre quasi otto anni prima. Per il resto, tutto rientra nella (recente) norma: pochissime interviste musicali acquistate all’estero (Jah Wobble, Jim Dickinson, Pete Shelley, Smashing Pumpkins) e varie firmate da Denti e Susanna (Beck, Marianne Faithfull, Dr. John, Lenny Kravitz, Ben Harper, Melissa Etheridge), alcune retrospettive di Mongardini (a cominciare da quella su PJ Harvey), la terza puntata delle “Storie d’Italia” (con Timoria, Diaframma, Karma, Flor, Massimo Volume e Uzeda; il numero è quello di maggio) e corposi speciali sulla black music (gennaio), Hank Williams (marzo), supergruppi (luglio/agosto) e Beach Boys (settembre), oltre ai consueti excursus (o interviste) extramusicali come quelli dedicati a Enrico Brizzi, Jim Harrison, Paco Ignacio Taibo II, L’Uomo Ragno, Guido Chiesa, Giuseppe Culicchia, Robert Crumb).

Quello che continua orgogliosamente a definirsi “mensile di musica rock e controcultura” sembra insomma essersi assestato in un nuovo equilibrio, ma dietro la facciata di (pur straordinaria) ordinarietà il fermento è notevole: nessuno dei lettori può immaginarlo, ma il 1996 sarà l’anno più convulso, pirotecnico, pieno di entusiasmo, triste e rivoluzionario – in due sole parole: movimentato e cruciale – nell’avventura della testata.

Feb
25

L’anno si apre nel segno del nuovo rock nazionale: il numero di gennaio (il 192), con Giovanni Lindo Ferretti in copertina, contiene infatti la seconda parte delle “Storie d’Italia” (ne sono protagonisti C.S.I., 99 Posse, Handala, Graziano Romani, Kaballà, Underground Life, Negrita e Banda Bassotti) e offre gratuitamente una cassetta con brani di C.S.I., Ritmo Tribale, Negrita, Flor de mal, Settore Out, Nuovi Briganti, Joecool e Insidia. Il terzo capitolo della serie esce invece a marzo, con Brando (sbattuto anche in prima pagina) assieme a Blindosbarra, Senzabenza e Almamegretta, e a dicembre l’impegno a favore della buona musica di casa nostra sarà ribadito con una splendida copertina – foto di Luciano Viti – e un ampio servizio interno dedicati a Ligabue; il fatto che si inizi a respirare un’aria diversa è confermato dagli Oscar di febbraio, con ben quattro titoli autoctoni (Fossati, Gang, Ligabue e Litfiba) a far mostra di sè in un elenco – sempre piuttosto classico, ma finalmente al passo con i tempi – che comprende anche Afghan Whigs, John Campbell, Fishbone, Fugazi, Grant Lee Buffalo, PJ Harvey, Living Colour, John Mellencamp, Chuck Prophet, Pearl Jam, Iggy Pop, Smashing Pumpkins, Sugar, The The, Velvet Underground e Neil Young. Più bello e ricco di sfaccettature, l’articolo degli Oscar presenta addirittura un Canova felice e con problemi di abbondanza, che tra venti film di elevatissima caratura manifesta comunque le sue preferenze assolute per “Gli spietati” e “Un mondo perfetto” di Clint Eastwood e “Il pasto nudo” e “M. Butterfly” di David Cronenberg. Tra gli altri motivi di richiamo del numero 193, un singolare servizio su “Rock e letteratura” e un’intervista originale a Richard Thompson; bestiale, però, il refuso in copertina, che trasforma Neil Young in Neil… Joung, con la “J”.

Il raggiungimento del traguardo del n.200 è inoltre “festeggiato” con l’aumento delle pagine a 96 e del prezzo a 6.000 lire, che non cala quando le facciate, già dal n.201, ritornano a essere 80. Pochissimi, in ogni caso, si lamentano, visto che i contenuti rimangono di notevole qualità e non mancano le sorprese: ad esempio, lo speciale sulla Beat Generation con intervista a Fernanda Pivano, l’articolo sui tatuaggi che ad aprile fornisce la scusa per collocare in prima pagina Johnny Winter, l’intervista a William Gibson o il profetico dossier di Fred Goodman “La nuova frontiera del disco: come si ascolterà la musica nel 2000” che descrive abbastanza fedelmente lo scenario futuro; tutto materiale nient’affatto fuori contesto in un quadro generale che continua magari a prediligere l’antico – sulle copertine di giugno, settembre e dicembre compaiono rispettivamente Traffic, Who e Led Zeppelin, non proprio ragazzetti di primo pelo, e a ottobre Susanna e Zambellini si dilungano per otto pagine su Gram Parsons – ma che non disdegna né il moderno (Sonic Youth a maggio e Grant Lee Buffalo a ottobre, oltre ai due report sui futuri talenti americani che Mongardini appronta per marzo e aprile) né il “fuori dal coro” (si pensi al Nanni Moretti di “Caro diario” del numero estivo). A livello di tendenza generale, poi, nel Mucchio del 1994 si riduce la quantità di interviste tradotte (Mitch Ryder, Pete Townshend, Nick Cave, Johnny Cash, Ben Harper), forse anche perché realizzarne in proprio di esclusive sembra essere diventato meno difficile; più che sulla stampa straniera, insomma, si punta sulle risorse interne, rappresentate da professionisti (o dopolavoristi, ma in senso buono) di tutto rispetto come Mongardini, Denti, Amenta, Ronzani, Biamonte. Nessun cambiamento, invece, nella carta (che resta spugnosetta), nel colore (assente in circa tre quarti della rivista) e nelle qualifiche redazionali, mentre l’occhio attento riscontra qualche progresso nell’impostazione grafica; il bilancio a posteriori dice comunque di un’annata eccellente, senza dubbio la più viva e dinamica dai tempi ormai lontani negli ‘80.

Feb
25

I risultati del referendum “Chi ti sta più sulle palle?” sono resi noti a febbraio, nel n.181: vince a mani basse Bettino Craxi, votato da 1323 lettori e seguito da Giuliano Ferrara (790) e Vittorio Sgarbi (732), che per appena dodici punti sottrae il gradino meno nobile del podio a Silvio Berlusconi; tra i cantanti, il primo è Marco Masini (12°), con Antonello Venditti (14°) e Toto Cutugno (17°) a incalzarlo, mentre il commento del grande Roberto Giallo (un lucidissimo fustigatore di costumi) è senza dubbio uno dei più feroci – seppur mai sopra le righe – apparsi sul Mucchio. Nello stesso numero, nei soliti Oscar a parimerito figurano Black Crowes, Body Count, T-Bone Burnett, Leonard Cohen, Julian Cope, Bob Dylan, Peter Gabriel, Green On Red, Doc Lawrence, Los Lobos, Lyle Lovett, James McMurtry, Pearl Jam, Rablin’ Jeffrey Lee (Pierce), Lou Reed, R.E.M., Sonic Youth, Bruce Springsteen, John Trudell e XTC, così come nel settore cinema l’incontentabile Canova non lesina (sacrosante) critiche al mondo della celluloide, arrivando con fatica a salvare venti film e spendendo superlativi quasi solo per “Il ladro di bambini” di Gianni Amelio.

Per il resto, la transizione continua: niente aumenti di pagine, prezzo o colore, nessuna modifica interna (a parte la promozione di Marco Denti e Stefano Mongardini a redattori, dal n.183) e niente atti rivoluzionari, anche se la sequenza delle copertine denota a ben vedere una volontà di svecchiamento rispetto agli ultimi anni. Tolta l’immancabile “mista” degli Oscar, e tolta quella dicembrina realizzata giocando solo sulle lettere degli “strilli” (dove Björk è scritta “Byork”, con la “y”: è il secondo refuso in prima pagina, dopo il “Syd And Nancy” del n.108), si contano infatti un solo nome storico (gli Aerosmith), tre “nuove leve” oltretutto consecutive (PJ Harvey, Living Colour, Pearl Jam), tre italiani (Litfiba, Gang, Casino Royale) e due legate ad “attualità e costume”, quella iconica di Che Guevara (marzo) e quella ironica scelta a simboleggiare il dramma AIDS (luglio/agosto). Emblematico è anche il fatto che il supplemento diffuso nelle edicole a gennaio – non assieme al Mucchio, ma venduto autonomamente a 5.000 lire – sia in pratica un numero extra del mensile (di 64 pagine, ma non sottilizziamo) interamente dedicato a Luciano Ligabue, il rocker emiliano che è ormai un fenomeno di vasta risonanza: all’interno, approfondimenti sui tre album fino ad allora pubblicati, tre interviste (due già edite e una nuova), un’analisi dei testi a cura di Antonio Tettamanti, le “schede” dei membri della backing band ClanDestino, alcuni spartiti e un bel po’ di foto. In pratica, come in qualche modo spiegato dal titolo “Ligabue Story”, una sorta di biografia autorizzata, che per la Lakota costituisce oltretutto un (neanche tanto) piccolo successo editoriale.

Altro da segnalare? Magari il calendario in omaggio a gennaio (prima e unica volta), le pagine di “ristampe, antologie e live” che da dicembre salgono a sei, la seconda puntata dell’inchiesta di Ronzani sul prezzo dei CD in Italia, uno “storico” pezzo di Daniela Amenta sulle realtà musicali autoprodotte/ antagoniste, uno splendido articolo/intervista ad Art Spiegelman a proposito del suo fumetto-capolavoro “Maus”, le “Storie d’Italia” dove in unico contenitore sono raccolti discorsi sparsi su Uzeda, Timoria, Settore Out, Ottavo Padiglione, Africa Unite e Amerigo Verardi, interviste tradotte (Neil Young, Paul Westerberg, Living Colour, John Cale, Smashing Pumpkins, Pearl Jam, Emir Kusturika) e originali a Khaled, Leonard Cohen, Vasco Rossi (proprio così, e di alto livello), Aerosmith, Alessandro Portelli, Ivano Fossati, la regista Jane Campion, Giorgio Gaber, John Hiatt, Matt Johnson. Seppur non relativa al Mucchio in senso stretto, la notizia dell’anno è però il lancio della terza testata delle Edizioni Lakota: è mensile, nasce a maggio e suo “papà”, il direttore Gianni Canova, la battezza “Duel – Immagini e televisione”. Non avrà vita facile per via del suo taglio molto “da cultori” e poco incline alla leggerezza (e infatti, a un certo punto, il distacco dalla Lakota sarà inevitabile), ma costituirà un coraggioso tentativo di occuparsi in modo finalmente diverso di cinema e dintorni.

Feb
25

Per Il Mucchio, il 1992 è a tutti gli effetti un anno di transizione: non cambiano la carta, la percentuale di colore, il numero di pagine, lo stile grafico, il prezzo, lo staff (a parte l’ennesimo ritorno di Giancarlo Susanna e l’ingaggio di Max Bernardi). Resta immutato anche lo schema degli Oscar, assegnati a Billy Bragg, Julian Cope, Steve Earle, Gang, Green On Red, Buddy Guy, Garland Jeffreys, Linton Kwesi Johnson, Lenny Kravitz, Paul McCartney, John Mellencamp, Joni Mitchell, Naked City, Nirvana, Graham Parker, R.E.M., Archie Roach, Robbie Robertson, U2 e Chris Whitley, mentre nel cinema un Canova sempre abbastanza amareggiato tira fuori dalla massa “Balla coi lupi” di Kevin Kostner, “Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme e “Thelma & Louise” di Ridley Scott. In copertina vanno invece, nell’ordine, John Mellencamp, quattro dei venti vincitori degli Oscar (tra i quali i Nirvana di “Nevermind”), Neil Young, Bruce Springsteen, Cure, Litfiba, U2 (una bizzarra foto con il logo del gruppo, che di primo acchito si fa fatica a capire cosa sia), Gronge (ci sarebbe dovuto essere Fabrizio De André, ma il mancato arrivo delle foto attese per l’ultimo momento utile costrinse a improvvisare), Tom Waits, Rats, il film “Cuore di tuono”. In una linea che rimane sostanzialmente orientata sul rock classico si registrano comunque alcuni aggiustamenti di rotta: aumentano da due a quattro le pagine, istituite nel luglio 1991, di recensioni di antologie, ristampe e live (spesso bootleg che, grazie a un’aberrazione legale, potevano essere prodotti e commercializzati solo all’interno del territorio nazionale senza il consenso dell’artista o delle etichette; il Parlamento riparerà alla nefandezza, ma per alcuni anni saranno in molti a speculare) e si incrementano le aperture verso il nuovo e l’Italia, dovuti (anche) al maggior peso di collaboratori come Stefano Mongardini e Daniela Amenta: parlano chiaro le tre copertine italiane e i servizi su Nirvana, Red Hot Chili Peppers, Sonic Youth, Mano Negra, Yothu Yindi, Lollapalooza ‘92 o Ice-T. Il cuore del giornale rimane peraltro nelle interviste tradotte dalla stampa estera (si ricordano John Mellencamp, Lou Reed, Neil Young, XTC, U2, Tom Waits, Ice-T, Bruce Springsteen…), senza dimenticare i bei servizi di cinema (Wim Wenders, Bruce McDonald, David Cronenberg, Clint Eastwood…), gli azzeccati excursus letterari (Silvia Ballestra, Piervittorio Tondelli, Daniel Pennac, Bret Easton Ellis, Richard Ford, Edgar Allan Poe…) e un’interessante inchiesta di Ronzani sul grave problema – a tutt’oggi irrisolto, ma parlarne è sempre cosa buona e giusta – del caro CD.

A dispetto dell’apparente staticità del Mucchio in quanto tale, Stèfani non sta con le mani in mano e, anzi, ha parecchie intuizioni felici: da gennaio istituisce su Videotel (detta superficialmente, il “papà” di Internet) un’edizione telematica della rivista, con presentazione del numero in edicola, articoli inediti e la possibilità di chattare, in ore stabilite, con i redattori; a febbraio e luglio/agosto, naturalmente con il prezzo portato a 9.000 lire, appronta altri due “quaderni”, il primo (allegato anche a “Chitarre”) su Robert Johnson e il secondo (disponibile anche con “Stereo”) di suggerimenti per l’acquisto di CD intitolato “50 dischi per un’isola deserta”, con un elenco che riflette le classifica delle preferenze dei lettori (richieste, con apposito annuncio, nei mesi precedenti; per la cronaca, artisti come Bruce Springsteen, Bob Dylan, Rolling Stones, R.E.M. e U2 vi figurano con almeno tre album ciascuno); in ottobre, poi, vara un nuovo referendum – presentato con l’esemplare slogan “Chi ti sta più sulle palle?” – per l’elezione del personaggio pubblico più antipatico. La cosa più importante è però l’accordo con Claudio Sorge per dar vita a una nuova società editrice, la Apache, che il 29 febbraio (il 1992 è bisestile) debutta nelle edicole con un mensile di rock molto più alternativo che tradizionalista, “Rumore”: Max se ne occuperà solo a livello pratico/burocratico, non entrando nelle scelte contenutistiche se non per chiarire, all’inizio dell’avventura, che non dovrà esistere concorrenza diretta con Il Mucchio. Tra i collaboratori della nuova pubblicazione ci sono anch’io, accettato nonostante il “tradimento” di qualche anno prima.

Feb
25

Le pagine, che già dall’ottobre precedente sono di carta più economica, rimangono 80 e il prezzo resta uguale, perché valicare la barriera delle 5.000 lire è sempre una mossa azzardata: i problemi di bilancio, nei primi anni ‘90 pesantissimi per tutta l’editoria indipendente, sono così tenuti a freno dimezzando le facciate a colori, artificio che garantisce un sensibile risparmio su selezioni e stampa (pc, scanner e persone in grado di utilizzarli non erano a buon mercato come oggi, e le tipografie erano in proporzione assai più costose). Al confronto con il lusso della seconda metà degli ‘80, Il Mucchio appare quindi più povero, e solo gli sforzi creativi compiuti in sede di impaginazione – i grafici esistono per questo, no? – riescono a renderne l’estetica comunque gradevole. Per poter proseguire nella sua politica degli allegati di peso, Stèfani è dunque costretto a “caricare” a 10.000 e 9.000 lire il prezzo dei numeri 158 (marzo) e 165 (ottobre), arricchiti rispettivamente da “Cut’n’mix” di Dick Hebdige – un libro incentrato sul reggae, benché presentato come saggio sulla musica nera tout court – e da un peraltro interessante fascicoletto (appena 36 pagine) della collana “Quaderni del disastro” dedicato a Bob Dylan in occasione del suo cinquantesimo compleanno.

Delle vicissitudini finanziarie non risentono, in ogni caso, la qualità dei testi e la scelta dei temi: Neil Young, Living Colour, Graham Parker, Gang, Julian Cope, R.E.M., Tom Petty, Guns n’Roses, Van Morrison (assieme a “Thelma & Louise” di Ridley Scott), John Lee Hooker e un altro film rock, “The Commitments”, garantiscono in copertina della coerenza dei contenuti, che continuano a dividersi fra interviste tradotte (Neil Young, Sting, Ride, Rob Tyner degli MC5, Happy Mondays, Julian Cope, Roger McGuinn, Guns n’Roses, Robbie Robertson, John Lee Hooker, il produttore Glyn Johns, Robert Wyatt, Green On Red), corposi special (Indiani d’America, Jonathan Demme, The Doors, Stephen King), report su scene musicali poco note (Ungheria e Paesi Baschi), ulteriori dosi di cinema (Sam Peckinpah, Andrea Barzini, Aki Kaurismaki, Terry Gilliam) e autentiche chicche (una chiacchierata con Allen Ginsberg); sottotono, invece, la letteratura, principalmente a causa della parziale latitanza di Antonio Tettamanti. Come appare chiaro, la tendenza è ancora quella di privilegiare il rock classico, nonostante Stefano Mongardini sia più attivo nella propaganda del “nuovo” underground a stelle e strisce (suo, ad esempio, il servizio sui Primus) e nonostante si comincino a percepire segnali di una maggiore apertura agli italiani: non solo per la copertina – bellissima la foto di Fausto Ristori – che vede protagonisti i Gang in occasione dell’uscita de “Le radici e le ali”, ma anche per le due ampie interviste a un Ligabue che ha ormai già imboccato la strada verso lo stardom e che instaurerà con Il Mucchio – del quale è da anni lettore – un rapporto destinato a farsi via via più saldo e proficuo per entrambi. Gli Oscar del 1990, impostati nel solito modo impersonale (scottato dalle precedenti esperienze, Stèfani tende infatti a cercare di evitare che le individualità dei singoli giornalisti “oscurino” la testata), vedono Lloyd Cole, Fabrizio De André, Bob Dylan, Joe Ely, Steve Earle, Energy Orchard, Havalinas, John Hiatt, Hindu Love Gods, la colonna sonora di “The Hot Spot” di Dennis Hopper, Jane’s Addiction, Kevn Kinney, Living Colour, Bob Mould, Neville Brothers, Lou Reed & John Cale, Replacements, Sonic Youth, Steve Wynn e Neil Young, ovvero il trionfo del suono tradizionale – di qualità, d’accordo, ma sempre piuttosto scontato – su quello moderno; per quanto riguarda il cinema, poi, il commento di Canova è a dir poco caustico si possa immaginare: si parla di “scenario quantomai debole e asfittico, inerte, deconflittualizzato” e si afferma che “l’abisso che lo scorso anno si profilava sotto il futuro del cinema si è fatto, se possibile, ancor più vicino e cupo, e ha aperto nuove crepe nella struttura già scricchiolante. Tanto che il cinema, ormai, puzza di morte”, spendendo comunque parole positive per registi all’epoca ancora oscuri come Aki Kaurismaki, Emir Kusturika, Michael Moore.

Feb
25

Il primo numero dell’anno, il 144, titola orgogliosamente – peraltro in modo poco leggibile, su una copertina bruttarella che ha come elementi principali Springsteen e Bono – “Anni 80: Cento dischi da non perdere”; l’elenco, compilato da Stèfani, Ronzani e Zambellini, è in linea con il “classicismo” della redazione, che lascia fuori artisti come – per dirne solo due – Sonic Youth e Pixies, inserendo – sempre per dirne solo due – Toni Childs e Jeff Healey. A febbraio gli Oscar, strutturati come l’anno prima, sono grossomodo sulle stesse coordinate, poiché i venti titoli scelti sono quelli di Elvis Costello, John Cougar, Cure, Del Fuegos, Dream Syndicate, Bob Dylan, Green On Red, Chris Isaak, Lyle Lovett, Jesus And Mary Chain, Daniel Lanois, Neville Brothers, Roy Orbison, Tom Petty, Lou Reed, Stan Ridgway, The The, Pete Townshend, Neil Young e XTC (nel cinema, in una lista che persino Canova ammette essere sconfortante, spiccano “Inseparabili” di David Cronenberg, “L’attimo fuggente” di Peter Weir, “Turista per caso” di Lawrence Kasdan, “Fa’ la cosa giusta” di Spike Lee e “Le avventure del barone di Munchausen” di Terry Gilliam). E le copertine? Dopo quella iniziale, sfilano David Byrne, Lloyd Cole, John Lee Hooker, Suzanne Vega, Steve Wynn, Bruce Springsteen, Iggy Pop/Hugo Pratt/Del Fuegos, John Hiatt, Velvet Underground e – in occasione della svolta di “El Diablo” – Litfiba (esattamente tre anni dopo l’ultima prima pagina concessa a un nome italiano, con protagonista sempre il gruppo di Firenze). Insomma, l’ormai consolidata linea post-scisma, che per quanto concerne gli scritti prevede qualche retrospettiva, pochissimi articoli “trasversali”, qualche servizio di “politica e società” (il principale è quello sulla droga del n.148, ispirato dalla legge Vassalli/Jervolino), parecchie interviste acquistate dalla stampa estera (tra le più gustose: Billy Bragg che commenta un tot di dischi scelti dal giornalista, Jerry Garcia, Marc Almond, Cramps, Iggy Pop, Bob Dylan, i Velvet Underground riformati) e altre originali (tra le quali Saints, Nirvana, Guccini, Public Enemy, Camper Van Beethoven, Fossati), oltre a quelle a registi  quali Julien Temple, Gabriele Salvatores, Pedro Almodovar. Sul fronte interno la notizia di maggior rilievo è l’istituzione, a novembre, della segreteria di redazione (affidata a Daniela Federico), con lo staff che non registra, a parte l’accresciuto impegno di Stefano Mongardini e Daniela Amenta, grandi mutamenti.

Rispetto al recente passato, Il Mucchio – che dal n.149, nella pagina del sommario, sfoggia il sottotitolo “Mensile di rock e controcultura” – presenta una leggera ma sensibile riduzione del colore, dovuta alla necessità di risparmiare qualcosa per controbilanciare una piccola flessione nelle vendite; nel quadro di una sana gestione economica, onde evitare catastrofi, si inserisce anche il nuovo ritocco del prezzo – adesso 5.000 lire, con le pagine ferme a 80; fa eccezione il numero 150, portato una tantum a 96 – che segue di soli sei mesi il precedente. Seppur senza sfarzi, l’estetica resta comunque più che accattivante, con una generale, spartana sobrietà che a tratti non disdegna spunti di una certa eleganza: proprio quel che occorre per un mensile che prosegue (com’è ovvio) a puntare su contenuti alti, benché gli argomenti trattati siano purtroppo percepiti dalle masse come cultura “di serie B”. E ad ampliare il discorso, in un anno privo di allegati, provvedono ben due supplementi: in estate il quarto (e ultimo) “Subway”, addirittura più schizzato del solito nel suo cocktail reale-surreale di articoli e racconti, e a novembre “Beatles – Stones”, ricco – sebbene in massima parte in bianco/nero – numero speciale di 112 pagine che mette a confronto le due band-chiave del rock attraverso articoli e interviste d’epoca e non, saggi di Biamonte e Zambellini, discografie, videografie e quant’altro: un’idea copiata di sana pianta, copertina compresa, da uno speciale della rivista americana “Musician”, che risulta molto apprezzata dal pubblico, di sicuro invogliato anche dal prezzo contenuto a 7.000 lire.

Feb
25

Ispirato dal motto “la fortuna aiuta gli audaci”, per contrastare ancor meglio la concorrenza e per dimostrare che il nuovo corso ha tutte le carte in regola per essere almeno all’altezza del vecchio, da febbraio ad aprile viene varato un progetto di alto profilo, allegando a tre numeri consecutivi il libro – diviso opportunamente in altrettante parti – “The Sound Of The City” di Charlie Gillett, risalente al 1971 e reputato uno dei testi-base della critica rock: un‘operazione per molti aspetti temeraria, poiché comporta l’aumento del prezzo di copertina a 9.000 lire in tempi in cui l’accoppiata rivista + gadget non era un’abitudine come in seguito e in cui molti lettori anche affezionati mal digerivano un così ingente esborso (per di più “obbligato”, essendo impossibile acquistare il giornale senza volume). Nonostante il bilancio positivo, alla Lakota decideranno di non tirare troppo la corda, evitando di realizzare il quarto numero del supplemento estivo “Subway” e rimandando fino a luglio l’ormai inevitabile ritocco del prezzo a 4.500 lire.

In quest’anno che con il senno di poi si rivelerà di transizione, Il Mucchio sembra volersi rivolgere soprattutto agli appassionati di rock più o meno “classico”, come rimarcato da una serie di copertine che esclude l’extramusicale, l’underground e gli artisti italiani per puntare su nomi abbastanza noti quali Pink Floyd, Jimi Hendrix, R.E.M., Little Steven, U2, Doors/Cure, Miles Davis, Who, Chris Isaak, Neville Brothers e Aerosmith; non che il nuovo manchi del tutto, giacché tra le pagine affiorano articoli anche piuttosto lunghi dedicati a Sugarcubes, My Bloody Valentine, Pixies o Stone Roses, ma che il consolidato prevalga sull’emergente è un dato di fatto innegabile. L’importante, però, è che ci sia la sostanza, e questa è garantita da svariate interviste tradotte dal solito “Musician” (Randy Newman, Lyle Lovett, Pete Townshend), da “Rolling Stone” (Steve Winwood, U2) e dal giornale francese “Les Inrockuptibles” (My Bloody Valentine, Ray Manzarek, Black Francis, Chris Isaak, Stone Roses, The The, Buzzcocks), dei contributi dei collaboratori “anziani” e di quelli meno estesi e/o più occasionali – ma sempre preziosi – delle nuove leve come Giampiero Di Carlo (poi “boss” di Rock On Line), Roberto Cappelli, Michele Borsa, Daniela Amenta, Giuseppe Carboni, Marco Denti, Massimo Guarducci e Stefano Mongardini (che dal dicembre dell’anno prima cura l’apprezzata rubrica “Sotterranei”, consacrata all’underground americano). La (parziale) cecità nei confronti del rock proiettato verso il futuro si rispecchia negli Oscar, presentati a febbraio in una struttura inedita (venti dischi a parimerito indicati dai redattori, senza classifiche individuali), che premiano Tracy Chapman, Church, Toni Childs, Robert Cray, Lyle Lovett, John Hiatt, Aretha Franklin, Dream Syndicate, Hothouse Flowers, Lynyrd Skynyrd, Malopoets, Randy Newman, Graham Parker, Keith Richards, Thin White Rope, Michelle Shocked, U2, Neil Young, Waterboys e il tributo a Woody Guthrie e Leadbelly. E venti sono pure i film, elencati in ordine alfabetico (anche se, nel pezzo di commento, Gianni Canova si lascia sfuggire una quasi-preferenza per “Bird” di Clint Eastwood).

A dispetto delle copertine solo musicali, lo spazio concesso a cinema e letteratura/fumetti – e attualità: da segnalare il pezzo sullo sgombero forzato dello storico centro sociale milanese Leoncavallo, firmato da Antonio Tettamanti – cresce in estensione e continuità: si parla, con competenza e passione, di Lorenzo Mattotti e Alan Parker, di Hubert Selby Jr. e David Cronenberg, di Salman Rushdie e Lawrence Kasdan, di John Irving e Robin Williams, di Muñoz e Monty Python, in un colorato caleidoscopio che ridefinisce e ridisegna in modo sempre diverso – ma del tutto coerente – quel concetto di “cultura rock” che Il Mucchio si è già da molti anni impegnato a propagandare. Il 1989 sarà ricordato anche per la richiesta di risarcimento danni presentata dagli avvocati della Berlusconi Editore in seguito alla pubblicazione sul Mucchio di alcune liriche di brani rock delle quali deteneva i diritti; Stèfani informa la stampa dell’assurda vicenda e tutto si conclude in un “nulla di fatto”, con tanto di telefonata rassicurante in redazione del futuro Premier.

Feb
25

La mia uscita di scena – a gennaio, però, firmo un’ultima recensione, e a marzo sono invitato a indicare le proprie preferenze per gli “Oscar” – non crea particolari problemi al Mucchio, che potendo contare su uno staff giornalistico di tutto rispetto e di una veste grafica sempre più bella prosegue nella sua valida linea di musica più altro; la qualifica di caporedattore è però eliminata, contestualmente alla designazione di un coordinatore redazionale (Ermanno Labianca) e due responsabili della redazione editoriale (Camillo De Marco e Bianca Spezzano), con Maurizio Bianchini tornato in redazione, Massimo Cotto accreditato come inviato speciale e nuovi collaboratori assunti a febbraio (Alessandro “Roberto Giallo” Robecchi, titolare dell’apprezzata rubrica di satira politico-sociale “Backstage”, Paolo Arduini e Marina Petrillo) e aprile (Elliott Murphy, famoso musicista americano che occupa stabilmente le due pagine di “Night Lights” raccontando la “sua” New York). Tra articoli e interviste acquistati da “Musician” o “Q” (Joe Strummer, John Lennon, John Cougar, Sonny Rollins) e scritti originali (Robbie Robertson, Violent Femmes, Neil Young, Buster Poindexter…), il livello qualitativo rimane più che mai elevato, senza concessioni spudorate al “commerciale” e cercando anzi di valorizzare – grazie anche alle altre otto pagine inserite da maggio, per di più senza aumenti di prezzo – fenomeni non alla luce del sole.

Tutto, insomma, sembra procedere alla grande, ma dietro la facciata di assoluta tranquillità covano malumori. I più insoddisfatti, Bianchini e Cilìa, mi inducono quindi a fondare con loro un altro mensile, e io – che non avevo assorbito la separazione da quella che riteneva anche la “mia” rivista – convinco i collaboratori che ai tempi avevo reclutato e con i quali avevo conservato rapporti di amicizia a seguirci nella nuova avventura, battezzata “Velvet”; al rientro dalle vacanze estive, mentre il numero di settembre approntato a luglio – il 128 – raggiunge le edicole, Stèfani si ritrova con quindici lettere di dimissioni, nessuno degli articoli concordati e uno staff musicale da ricostruire da cima a fondo. Il colpo è duro, ma grazie all’impegno dei superstiti (Biamonte, Ronzani, Tettamanti, Zambellini, Giallo, Canova, Ripoli, Giovannini, ovviamente la Spezzano) e di alcuni debuttanti (Stefano Mongardini, Marco Denti, Ida Tiberio e Giovanna Smiriglia, oltre a una Daniela Federico che vede riconosciuto sul tamburino il lavoro redazionale fino ad allora svolto senza figurare), il n.129 esce con appena una settimana di ritardo; e vende tanto, nonostante il prezzo alzato a 8.000 lire, soprattutto grazie all‘albo speciale di 60 pagine sugli U2 (esordio della collana “I quaderni del disastro”) lasciato in “eredità” da Massimo Cotto. Anche questa prova è insomma superata, non senza strascichi polemici – per mesi traditori e traditi si scambieranno pesanti bordate sotto forma di editoriale – né problemi di assestamento, ma con danni pratici tutto sommato risibili e con la libertà di poter ricominciare (quasi) daccapo seguendo il criterio del rinnovamento nella continuità: lo dimostra pure il fatto che le tre copertine post-terremoto (U2, Keith Richards, Robert Cray) sono al 100% in sintonia con le otto in precedenza messe in fila (Robbie Robertson, Violent Femmes, il meglio del 1987, Little Richard, John Lennon, il Boss, una “mista” bruttina con Sonny Rollins, Neil Young, Dennis Hopper, Buster Poindexter e All About Eve, ancora Springsteen, U2).

Per la cronaca, gli “Oscar” del 1987 – assegnati come al solito a marzo – vanno a “The Joshua Tree” degli U2 (che vince di un solo voto su “Miracle” di Willy DeVille) e “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick (che si lascia alle spalle “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders e “Qualcosa di travolgente” di Jonathan Demme). E per l’estate viene inoltre approntato il terzo “Subway”, in massima parte inedito e molto più stiloso nell’estetica, che predenta fra le altre cose un pezzo di Antonio Tettamanti su Elvis Presley, uno di Vittorio Castelnuovo su Wim Wenders e una raccolta di ricette “rock” a cura di Maurizio Favot.

Feb
25

Tom Waits, David Byrne, Guido Toffoletti, U2, Iggy Pop, Cure, U2 e Paul Simon, Prince, Tom Petty, Willy DeVille, Litfiba: questa la sequenza di copertine di un’annata che, oltre a confermare la linea prevalentemente musicale, porta il definitivo aumento delle pagine a 72 e – incredibile – nessun aumento di prezzo. Anzi, a dicembre un aumento c’è ed è anche cospicuo (ben 9.000 lire), ma riguarda solo quel numero e soprattutto trova giustificazione nel libro in allegato, l’ottimo saggio di David Buxton “Il rock – Starsystem e società dei consumi”: fortunatamente le vendite premieranno l’azzardo economico e l’iniziativa sarà spesso ripetuta con altri volumi e fascicoli. Nel frattempo lo staff ha guadagnato nuovi elementi: a gennaio Pierluigi Bella, a marzo il responsabile della fanzine springsteeniana “Follow That Dream” Ermanno Labianca, peraltro collaboratore – seppur non scrivente – già da metà 1986, a maggio il fotografo/giornalista Stefano Giovannini, a giugno Peter Sarram e Davide Sapienza, a luglio Camillo De Marco e il giovanissimo ma molto brillante Marco De Dominicis). L’arrivo più determinante è però quello, dal numero di febbraio, della segretaria di redazione – promossa a ottobre redattrice a fianco di Cilìa, Cotto, Favot, Ronzani, Tettamanti (da maggio) e Zambellini – Bianca Spezzano, che forte dalla sua liaison sentimentale con il direttore/editore guasta involontariamente un tot di equilibri; tutti fanno più o meno buon viso a cattivo gioco eccetto io, che dopo aver cercato inutilmente di ottenere serie garanzie per il proprio posto di lavoro abbandono la poltrona di caporedattore non appena consegnato alle stampe il numero di dicembre, trovando subito accoglienza presso il concorrente “Rockerilla”.

Al di là di questo spiacevole episodio, e del malcontento di quanti tra i lettori storici non riescono a capire che il mondo va avanti (contro le loro proteste non mancano, nelle frizzantissime pagine della posta, repliche pungenti), il 1987 è comunque un anno di vivacità e di grandi successi professionali: sempre più ricco sul piano sia estetico che contenutistico, infatti, Il Mucchio si distingue per la qualità delle interviste realizzate in proprio (Dream Syndicate, Mitch Ryder, Died Pretty, Nick Cave, Los Lobos, Lenny Kaye, Hüsker Dü, Waterboys, Hoodoo Gurus, Triffids…) o tradotte da testate straniere (Richard Thompson, U2 e Tom Waits da “Musician”, Bo Diddley da “Rolling Stone”), per gli articoli trasversali e non (dal saggio sui rocker finiti in galera acquistato da “Spin” a quello acuto e un po’ irriverente di Bianchini su Andy Warhol, dal parallelo David Byrne/Bret Easton Ellis spiegato da Cotto  al singolare reportage sul tour europeo dei R.E.M. opera del futuro talent-scout e discografico Francesco Virlinzi, dalla mia inchiesta “Dove va il rock italiano?” all’analisi della miglior cultura nera – i dischi dei Run DMC, i libri di Eldrige Cleaver e Ralph Ellison, i film di Spike Lee – dalla “mappa” di Asbury Park disegnata dalla coppia Labianca/Cotto al dossier in dieci puntate “Trent’anni di cantautori – Istruzioni per l’uso” di Ripoli), per giungere a trovate spiazzanti come l’istituzione – da giugno – di una rubrica fissa sulla musica classica curata dal collaboratore fino ad allora molto casuale Massimo Feliziani. Sul fronte “Oscar”, la statuette virtuali vanno a “The Big Heat” di Stan Ridgway, che ottiene tutte e dieci le preferenze disponibili staccando “Free Dirt” dei Died Pretty (nove) e “Life’s Rich Pageant” dei R.E.M. (sette), e a “The Hitcher” di Robert Harmon, poco più gettonato di “Mishima” (Paul Schrader) e “Fuori orario” (Martin Scorsese). Valido e apprezzato è pure il supplemento estivo “Subway”, la cui seconda uscita è assemblata con materiale in larga misura inedito: ad esempio, un pezzo su Marilyn Monroe di Cilìa ma da lui ripudiato e non firmato a causa degli arbitrari interventi dalla Spezzano, uno di Cotto sulle crociate anti-rock, un elenco commentato di centocinquanta album-chiave del “nuovo rock” 1976-1986 consigliati da me. Sono in parecchi a sborsare senza batter ciglio le 8.000 lire richieste per l’acquisto.

Feb
25

Il graduale distacco di Maurizio Bianchini, che da settembre lascia anche volontariamente il suo incarico – peraltro “politico” più che effettivo – di supervisore preferendogli semplici contributi da esterno, porta a una rettifica della linea editoriale del Mucchio: pur non rinunciando alle aperture, la rivista riduce quindi sensibilmente gli spazi non musicali, come dimostrato dalla soppressione del sottotitolo “mensile di musica e cultura rock” e dall’unica copertina cinematografica – al 50 percento: il pretesto è il film “Absolute Beginners”, ma il soggetto è David Bowie – inserita fra quelle che effigiano Sade, Bob Dylan, Lloyd Cole, Bruce Springsteen, Rolling Stones, Eurythmics, Lou Reed, Diaframma, Smiths e ancora il Boss. La pur parziale defezione di Maurizio non è però la sola novità sul fronte interno: da febbraio, per occuparsi di cinema, è infatti reclutato Gianni Canova (anni dopo direttore di “Duel” prima e “Duellanti” poi), e rispettivamente a gennaio, marzo, ottobre e novembre arrivano Renato Striglia, l’esperto di reggae e black Paolo Ferrari, l’appassionato di rock italiano (nonché fondatore della storica fanzine “Urlo”) Vittorio Amodio e Maurizio Lucenti; ancora a marzo, l’ormai lanciatissimo Luciano Viti rinuncia al suo ruolo di fotografo ufficiale, costringendo il giornale – che per forza di cose non può più prescindere da una certa qualità di immagini – a rivolgersi ad agenzie e freelance (tra questi, il più assiduo è Fausto Ristori); inoltre, un accordo con il mensile statunitense “Musician” consente la pubblicazione in esclusiva per l’Italia di varie eccellenti interviste a stelle di prima grandezza del rock (Pete Townshend, Elvis Costello, Tom Petty, Rolling Stones, Lou Reed, Ric Ocasek); da novembre, infine, è istituita una “redazione” comprendente Eddy Cilìa, Massimo Cotto, Maurizio Favot e Mauro Zambellini, oltre a uno Stefano Ronzani che, trasferitosi a Milano, garantirà utili rapporti con quell’industria discografica che ha il suo centro proprio nel capoluogo lombardo. Inoltre, per quattro mesi, le copie distribuite a Roma e Milano avranno come allegato gratuito l’inserto di otto pagine “City Rock”, sorta di mini-rivista incentrata sulle situazioni delle due metropoli: non farà vendere di più né servirà a raccogliere pubblicità a livello locale, e l’esperimento sarà dunque subito abbandonato.

Il 1986, però, è anche l’anno del fatidico numero 100, e la ricorrenza è festeggiata in modo davvero insolito: rielaborando una vecchia idea di “Gong” (che aveva avuto come involontari protagonisti Crosby Stills Nash & Young), Stèfani commissiona a Cotto una splendida e credibilissima recensione di un fantomatico, imminente triplo album live di Springsteen – titolo, “Songs To Orphans” – inventandosi di averne ricevuto l’advance da Clarence Clemons per poterlo presentare in anteprima mondiale. Uno scherzo “fantastico” al quale parecchi abboccano, complice anche il fatto che da tempo immemore si parlava della possibile uscita di un disco in concerto del rocker americano, e che in epoca pre-Internet le verifiche non erano facili e immediate come oggi; un mese dopo Bianchini rivelerà la burla (che aveva inflitto alla redazione centinaia di telefonate di lettori, negozianti e giornalisti), ma la cosa più straordinaria sarà l’uscita, successiva di pochi mesi, di “Live 1975-1983”: così, a dicembre, il Mucchio rimetterà Springsteen in prima pagina, titolando con ironia “il quintuplo dal vivo del Boss è falso?”. Per la cronaca, il centesimo numero coincide con l’aumento del prezzo a 4.000 lire, “addolcito” con l’omaggio di un poster del Boss fotografato sul palco da Claude Gassian. Da ricordare anche la cartolina augurale appositamente realizzata dal grande Roberto “Magnus” Raviola, pubblicata all’interno a corredo dell’intervista al disegnatore, e l’articolo celebrativo di Bianchini, con le osservazioni sul Mucchio di una decina di addetti ai lavori e due ospiti di grande rilievo: il comico Paolo Hendel e lo scrittore Stefano Benni (“I giornali di musica mi fanno vomitare. Il Mucchio è quello che mi fa vomitare meno di tutti”). Per la cronaca, ad aprile è varata una rubrica sui compact-disc, che iniziavano lentamente a conquistare gli appassionati a scapito del vinile, e a marzo gli Oscar vedono il trionfo a mani basse dei Jesus And Mary Chain di “Psychocandy” e del Tom Waits di “Rain Dogs” (nel cinema, invece, si impone l’Alan Parker di “Birdy”).

Fra questi grandi e piccoli eventi, le Edizioni Lakota lanciano due nuove testate: in primavera esordisce “Chitarre”, “mensile di tecnica musicale e chitarristica” diretto da Augusto Veroni e Andrea Carpi, mentre a luglio tocca a “Subway”, supplemento estivo di 96 pagine con articoli già apparsi sul Mucchio e un paio inediti, due racconti di Antonio Tettamanti e Blue Bottazzi e due storie a fumetti (una con testi di Mauro Zambellini); ed è qui che i mucchiofili si imbattono per la prima volta nel nome di Bianca Spezzano, compagna di Max Stèfani di lì a poco destinata a influire – in modo al momento insospettabile – sul futuro della rivista.

Feb
25

In tutto l’anno, per la seconda volta nella sua già lunga storia, Il Mucchio non effettua ritocchi al prezzo, che rimane a 3.500 lire (in compenso, per far quadrare il bilancio, da maggio le facciate ritornano “subdolamente” a essere 64). Come il 1984 si era concluso con una copertina musicale e un inserto fotografico dedicato ai nuovi volti più interessanti del cinema, così nel numero inaugurale del 1985 la scelta editoriale è all’opposto: splendido portfolio di Luciano Viti in allegato e intrigante prima pagina all’attrice Jamie Lee Curtis, ai tempi sex-symbol tra i più gettonati presso i rockettari. Il grande interesse per il cinema, oltre che dalle interviste ai registi Francis Ford Coppola, Peter Bogdanovich e Clint Eastwood (riprese dalla stampa estera: l’impossibilità di ottenere colloqui costringeva a non andare troppo per il sottile), è comunque rimarcato dalle tre copertine dedicate ai film “Omicidio a luci rosse” di Brian De Palma (maggio), “Cercasi Susan disperatamente” (Rosanna Arquette e Madonna con la regia di Susan Seidelman (settembre) e “Mad Max oltre la sfera del tuono” di George Miller con Mel Gibson e Tina Turner (ottobre). Nel campo del rock suonato invece che ripreso con la telecamera, a fare scalpore sono invece i volti di Piero Pelù dei Litfiba (marzo) e Nicoletta Magalotti dei Violet Eves (dicembre) sbattuti in prima pagina in occasione delle uscite degli album di debutto delle loro band: si tratta delle prime copertine concesse ad artisti italiani (underground, per di più!), e danno il via a una politica promozionale nei confronti delle proposte nazionali che in breve farà del Mucchio la rivista di riferimento per le aspiranti rockstar autoctone, come dimostrato anche dagli interviste estese a Gang, Franco Battiato, Diaframma, Enrico Ruggeri, Not Moving e Viridanse, tutte firmate da me in barba agli strali dei tanti lettori malati di esterofilia cronica. Ad accontentare almeno in parte costoro provvedono in ogni caso le altre cinque copertine dell’anno, vale a dire Keith Richards (giustificata da un mini-inserto del solito Viti: tre foto eccezionali), Joan Armatrading, Bruce Springsteen, Style Council e Sting, nonché gli ampi servizi sulla psichedelia vecchia e nuova, sulla scena australiana (ben otto pagine di dossier sui “figli” di Saints e Radio Birdman), sul Boss a Milano, sui Talking Heads, su David Crosby, su Gene Vincent. Nel referendum interno sul meglio dell’anno precedente, che proprio qui assume ufficialmente la denominazione “Gli Oscar del Mucchio” ed è allargato ai film, trionfano “Rattlesnakes” di Lloyd Cole (su “Hallowed Ground” dei Violent Femmes e “Born In The U.S.A.” di Springsteen) e “Paris, Texas” di Wim Wenders.

Intanto, la “famiglia” cresce: l’acquisto più importante è Massimo Cotto, che con le tante interviste realizzate per il Mucchio getterà le basi per la sua fortunatissima carriera di conduttore radiofonico e giornalista, ma anche Giovanni Ripoli, Thomas Lasarzik, Giancarlo Nostrini (che riesuma il folk celtico e non) e Roberto Fratini danno il loro contrubuto all’evoluzione della rivista, nel cui numero di novembre – anche a causa dello scarso impegno di Bianchini, distratto da ben più remunerative occupazioni presso la RAI – sono promosso caporedattore. In aggiunta a un tot di buone idee e una manciata di articoli illuminati, Maurizio ha però il merito di strappare “Platea” all’oblio nel quale l’aveva fatta per pigrizia sprofondare a dispetto dei notevoli consensi; la “rubrica di cultura leggera” riappare così da marzo a luglio, (ri)esordendo con due puntate dove vari esponenti della critica rock nostrana sono messi alla berlina da recensioni (di album finti, va da sè) che ne imitano lo stile: oggetto delle esilaranti parodie, per lo più opera dello stesso Bianchini, sono Paolo Carù (mitica la chiosa: “è un disco stupendo, che ne ho pieno il magazzino”), Beppe Riva, Claudio Sorge, Massimo Bassoli, Sergio D’Alesio, Pierluigi Caporale, Roberto D’Agostino (uno dei nostri, prima di diventare… cosa? ditecelo voi) e Giampiero Vigorito, le cui firme sono impietosamente storpiate in Paolo Ragù, Peppe Vira, Claudio Tramonta, Massimo Cazzoli, Sergio V’anesio, Pierluigi Soldatosemplice, Roberto Disgustino e Giampiero Scolorito. Da segnalare, infine, la nascita di due nuove rubriche: a gennaio “Twilight Zone”, pagina di “jazz di confine” curata da Maurizio Favot, e a maggio “Bit Busters”, spazio dedicato al software (soprattutto ludico) soppresso dopo cinque uscite una volta appurato che non sarebbe servito a trovare inserzionisti nel settore.

Feb
25

Nell’anno caro a Orwell, Il Mucchio conferma e sottolinea la sua apertura all’extramusicale approntando ben due copertine cinematografiche: Alfred Hitchcock (giugno) e Harrison Ford (novembre) si inseriscono così tra Tom Waits, David Bowie, Sting dei Police (entrambi messi lì in quanto “artisti del momento”, senza che all’interno ci sia alcunché su di loro: scelte del direttore disapprovate dal resto dello staff), Willy DeVille, Joe Jackson, Chrissie Hynde dei Pretenders, Angus Young degli Ac/Dc, Little Steven e Jimmy Page, con qualche mugugno dei (pochi) lettori con i paraocchi che proprio non riescono a comprendere che il rock – qualunque cosa significasse, in quegli “strani” anni ‘80 – è solo uno degli elementi di un panorama culturale assai complesso e stimolante, fatto di dischi, libri, film, fumetti, arte in genere. Alle logiche settoriali della concorrenza, per la quale l’altro riveste importanza minima, il nostro giornale risponde con un progetto di sempre più ampio respiro, figlio di una visione decisamente in anticipo sui tempi: tra gennaio e dicembre le pagine – che proprio l’ultimo mese, in parallelo all’aumento del prezzo a 3.500 lire, salgono a 72 – vedono così sfilare non solo Blue Oyster Cult, U2, Cramps, Violent Femmes, Fleshtones, John Cougar, Johnny Cash, Laurie Anderson, Jim Carroll, Stevie Ray Vaughan e tante altre stelle del rock storico e attuale, ma anche Ennio Morricone e Jack Kerouac, Charles Manson e Nanni Moretti, Stephen King e Wim Wenders, Roger Corman e Woody Allen, oltre a Renzo Arbore e Paolo Giaccio che sono intervistati nell’ambito di un Viaggio semiserio tra gli italiani che hanno “fatto il rock” purtroppo fermatosi alle prime due tappe. Il tutto spesso illustrato dalle formidabili foto esclusive di Luciano Viti – un autentico vulcano di idee: in appena cinque minuti sapeva inventare scatti che chiunque avrebbe ritenuto studiati per ore – alla cui valorizzazione contribuisce in modo determinante il sempre maggior peso del colore, che sostituisce gradualmente il bianco/nero.

Per quanto concerne le firme, a fine anno Bianchini, Cilìa, Zambellini ed io copriamo da soli buoni due terzi della carta disponibile, in seguito al parziale defilamento di Bottazzi e Merletti e alle volontarie defezioni di Petitti, Susanna e Rossi, mentre fra i pochi esordienti che timidamente spuntano in calce ad articoli e recensioni si nota comunque il nome – poi destinato a notevole visibilità – di Stefano Ronzani. Oltre a varie retrospettive e numerose chiacchierate, tra le quali spiccano quelle con Clarence Clemons, John “Cougar” Mellencamp, Julian Cope, De André e Pagani per la pubblicazione di Creuza de mä, Angus Young, Little Steven e Tom Verlaine, si segnalano la panoramica sul rock indipendente italiano (una dozzina di facciate divise fra tre numeri), il “coraggioso” saggio su Charles Mingus e Thelonious Monk e l’esauriente report sui concerti di Bruce Springsteen alla Brendan Byrne Arena (nel New Jersey). I contatti con Il Mucchio “vecchia maniera”, insomma, sono ormai molto esili, anche per via della progressiva soppressione – verso la fine dell’anno – di tutte le rubriche di genere (bluegrass, blues, folk, rock’n’roll e black music); rimangono invece “New Rock Shots” e “Targato Italia”, mentre il varo in aprile di uno spazio sulle videocassette musicali – articolo che sta sempre più prendendo piede tra gli appassionati – testimonia della volontà della rivista di non trascurare gli orientamenti del mercato in tema di strumenti di fruizione della musica (non a caso, a partire dal gennaio successivo, sarà rilanciato lo spazio dedicato ai 45 giri, che con l’esplosione del formato 12” arricchito di brani altrove inediti si stanno letteralmente moltiplicando). E gli Oscar? La classifica generale, che dopo lunga assenza ritorna al fianco delle preferenze individuali dei collaboratori (e di un po’ di ospiti), registra l’affermazione di “Punch The Clock” di Elvis Costello e “War” degli U2 su “Trouble In Paradise” di Randy Newman, con Alan Vega, Tom Waits, Green On Red, Violent Femmes, Mink De Ville, X, Kinks e Van Morrison a occupare le posizioni di rincalzo.

Feb
25

L’ingresso nel 1983 è salutato con una bella copertina dedicata agli X, un poster di Daryl Hall & John Oates, un nuovo inserto fotografico che ha per protagonista Guido Harari, un esauriente dossier su Elvis Costello e l’aumento dello spazio “Shock” a sedici pagine; estimatori e detrattori del nuovo rock non fanno però neppure in tempo ad abituarsi all’idea che il n. 61, datato febbraio, porta la soppressione della maxi-rubrica: un provvedimento reso indipensabile, come spiegato nell’editoriale, da questioni di carattere concettuale e logistico, poiché decidere in quale settore trattare i sempre più numerosi artisti “di confine” diventava sempre più problematico. Il peso del punk e della new wave non è comunque ridotto ma solo ridistribuito, privilegiando gli articoli retrospettivi, le interviste e le recensioni più importanti e istituendo la rubrica “New Rock Shots” per commentare in poche righe i dischi di secondo piano; contestualmente, la gestione del Mucchio viene ufficialmente affidata al triumvirato Bianchini-Guglielmi-Stèfani, con benefici effetti su una linea, ormai liberatasi dagli eccessi roots del passato, che corre a tutto vapore sui binari dell’attualità rock a 360 gradi (peraltro sempre con un occhio di riguardo per gli Stati Uniti): indicativa, come al solito, la sequenza delle copertine: Dexy’s Midnight Runners/Fantascienza, Joe Jackson/Randy Newman, Joan Armatrading/Garland Jeffreys/Laurie Anderson, Stray Cats, Tom Petty, Rickie Lee Jones, Bruce Springsteen, Elliott Murphy, Elvis Costello e Bob Dylan.

Quanto la situazione sia elettrica, con l’entusiasiamo dello staff alle stelle e la risposta del pubblico ad alimentarlo, è dimostrato da tanti segnali: l’aumento delle pagine a 64 (marzo), la timida istituzione del colore – prima solo a livello di caratteri (settembre) e poi anche con alcune fotografie (novembre) – e la fondamentale aggiunta della parola “cultura” nel sottotitolo della testata, che non è un vezzo bensì una chiara, decisa presa di posizione contro la leggenda metropolitana, ai tempi purtroppo assai diffusa, che certa musica fosse solo un becero e squalificante hobby di debosciati, drogati e delinquenti. Invece, no: etichettandosi orgogliosamente “Mensile di musica e cultura rock”, Il Mucchio si scaglia una volta in più contro l’ottusità dei luoghi comuni, proponendosi come icona per una folta schiera di seguaci. Eloquente, in tal senso, la “letterina natalizia” pubblicata a chiusura dell’editoriale del numero di dicembre (il 71), magari anche per indorare la pillola del solito ritocco al prezzo di vendita (salito a 3.000 lire). “Caro lettore, grazie innanzitutto di esistere. Senza di te, infatti, questo sarebbe davvero il paese degli Scialpi e degli anni ‘60 che non finiscono mai, come gli esami di Eduardo. Hai tenuto alta, in tutti questi anni, la speranza che i libri non dovessero soltanto parlare dell’uccello di Moravia, i film della passera di Laura Antonelli e i dischi dei pedicelli di Bobby Solo. Che ci fosse posto per i sensi, anche quelli più accesi, e per i sentimenti, anche quelli più crudi, e per le emozioni, anche quelle più improvvide. Che, soprattutto, si potesse vivere bruciando, dentro certe canzoni e certi film e certe esperienze, ma sempre a occhi aperti: ‘pazzi di passione e saggi’, per dirla con Walt Whitman. È quello che abbiamo cercato di essere con questo giornale, con infinito amore e infiniti errori (‘tanto amare, tanto errare’, cantavano già i provenzali). Ed è la promessa di cio che saremo in futuro. Con ancora più amore e con tanti, tanti meno errori”.

Per il resto, “salta” ancora il poll sui migliori dischi del 1982, anche se a febbraio i collaboratori più attivi e un tot di colleghi esterni indicano le loro dieci preferenze e a marzo redigo un articolo sull’area “new wave” (tra i primi, ma non in modo plebiscitario, il più gettonato è “Nebraska” di Bruce Springsteen, nel secondo si impone “Call Of The West” dei Wall Of Voodoo). Rientrano poi in squadra, con assiduità, Giancarlo Susanna e Leonardo Rossi, ottiene maggiore visibilità l’esperto in underground dei ‘60/’70 Riccardo Bonanni e sono reclutate nuove penne, a partire da Eddy Cilìa (debutta a maggio con due articoli su Television e Stray Cats) e Antonio Tettamanti (che negli anni a venire si occuperà con straordinaria brillantezza di letteratura e dintorni) fino a Patrizio Nissirio (febbraio), Maurizio Favot (maggio), Alessandro Staiti (giugno), Vittorio Castelnuovo e Paolo Bertrando (entrambi luglio), e sulle pagine della rivista appaiono pure un paio di pezzi ciascuno di Ernesto Assante ed Enrico Sisti. A novembre esordisce poi lo “storico” boxino “Le stelle del Mucchio”, dove i giornalisti assegnano un voto – da tre stelle a due palle – agli album più importanti del momento, mentre a dicembre parte una rubrica sugli strumenti musicali che avrà peraltro vita brevissima.

Feb
25

Anche se i legami con il passato permangono saldi, quello che si affaccia nelle edicole nei primi giorni del 1982 è un altro Mucchio, come rimarcato dalla nuova grafica – molto meno arzigogolata e assai più compatta – della testata che campeggia su Steve Miller, con il sottotitolo “mensile di musica rock” in evidenza; a rendere il concetto ancor più esplicito provvede poi l’editoriale, nel quale sono annunciati i ridimensionamenti delle rubriche folk/roots, l’intenzione di approfondire il discorso interviste (“ma non com’è in uso da noi, cioè assillando gli artisti con domandine sceme e maniacali sul numero di scarpe portato in occasione di un’incisione e via dicendo: vogliamo la verità, tutta la verità, anche quella umana che sta dietro il personaggio”) e il varo di spazi fissi dedicati a black music e libri: memorabile, nell’esordio di quest’ultimo, la feroce stroncatura di Maurizio Bianchini a “Il rock e altre storie” a cura di Franco Bolelli e Roberto Gatti, che a ben vedere è una presa di posizione contro tutta quella critica musicale tronfia, venditrice di fumo e segaiola che dalle nostre parti ha purtroppo sempre avuto buon gioco. A compensare la brutta notizia dell’aumento di prezzo a 2.000 lire, sono aggiunte al centro otto pagine di carta di miglior qualità con quattordici splendidi scatti in bianco/nero (e due poesie) di Gerard Malanga, fotografo americano del giro di Andy Warhol: il sintomo dell’emergere di un’attenzione fino ad allora assai blanda per il lato estetico della rivista, estrinsecato anche con la successiva pubblicazione di altri due portfoli di Ebet Roberts (a giugno) e Laura Levine (a settembre), con il regalo di un poster di Bruce Springsteen (a dicembre, per indorare la pillola dell’ennesimo ritocco del prezzo, salito a 2.500 lire) e – a marzo – con l’ingaggio di un fotografo “interno” al quale è affidato il compito di seguire i concerti e, quando le circostanze lo consentono, realizzare servizi esclusivi “in posa” (si chiama Luciano Viti ed è destinato a un luminosissimo futuro professionale).

Che il 1982 sia un anno-chiave per le sorti del Mucchio è in ogni caso rivelato da altri avvenimenti come l’istituzione a febbraio di “Platea”, “rubrica di cultura leggera” dove Bianchini – che da ottobre diventerà caporedattore: le svolte, del resto, sono farina del suo sacco – si occupa di musica, cinema (di lì a pochissimo trattato anche in uno spazio apposito), letteratura, fumetti, personaggi e assortiti (mal)costumi con toni colti ma pungenti, non lesinando in randellate su colleghi beceri di tutti i settori. È un turning point fondamentale e un canovaccio per le future linee editoriali del giornale, che in dicembre propone il suo primo articolo “trasversale”: un contenitore di temi diversi ma accomunabili per associazione di idee, che dietro il titolo “Jack In The Box” fa sfilare Springsteen, Mink De Ville, Clash, “Bladerunner”, “Dune”, fumetti d’autore, ricette rock e artwork discografici. Nel frattempo, ad aprile, le pagine sono aumentate a 56, con “Shock” a occuparne stabilmente più di un quinto e a creare una sorta di frattura tra i lettori: Stèfani ed io firmeremo anche, a maggio, un articolo a quattro mani con lo scopo di far comprendere l’assurdità della chiusura dei tradizionalisti verso band come Fleshtones, X, Alley Cats o Human Switchboard. Il Mucchio diventa insomma più attuale (e rock) di un tempo, come mostrato dalla sequenza delle copertine: dopo Steve Miller tocca a Meat Loaf, Janis Joplin, Soul Music (in occasione di un corposo dossier), l’appena scomparso John Belushi (che ritorna “guida spirituale” della rivista, ora da solo e non più assieme a Peckinpah, dopo che per un anno il ruolo era stato assegnato all’attrice Clio Goldsmith – una “fissa” di Max – e Lowell George dei Little Feat), Rolling Stones, Clash, The Jam, Mink De Ville, Springsteen, David Johansen. Per quanto riguarda gli Oscar non ci sono referendum veri e propri, ma Bottazzi e io stiliamo elenchi di preferenze rispettivamente per il rock “classico” (febbraio) e “nuovo” (marzo): tra i titoli segnalati dal primo, “Got Change For A Million” di Mitch Ryder, “Coup de grace” di Mink/Willy De Ville, “Almost Blue” di Elvis Costello e “Pirates” di Rickie Lee Jones, tra quelli consigliati da me “Dark Continent” dei Wall Of Voodoo, “Roman Gods” dei Fleshtones, “Faith” dei Cure, “Fire Of Love” dei Gun Club. Sul fronte collaboratori “di spicco” si registra l’ingresso in squadra di Claudio Merlo, da maggio brillante curatore di una seguita rubrica incentrata su dischi economici, bucati e sottocosto (“Bassifondi”), e (da dicembre) Paolo Biamonte, mentre nell’ambito delle curiosità si ricorda il problema burocratico che obbliga a passare dal n. 55 (settembre) al 57 (ottobre): l’inesistente numero 56 sarà ovviamente richiesto per anni come arretrato da lettori un po’ disattenti.

Feb
25

Per il primo anno, a mò di confortante sintomo di acquisita stabilità, il numero delle pagine e il prezzo rimangono invariati. Pur con i limiti di un bianco/nero abbastanza triste, ma imprescindibile a causa degli elevati costi del colore, migliora invece l’estetica – ora meno confusa – e migliora anche il respiro “culturale”, visto come i temi trattati, pur continuando a mostrare un certo sbilanciamento verso il roots, si aprono più al rock in senso lato; la sequenza delle copertine (Graham Parker, Joan Armatrading, Clash, Kinks, rock britannico, Springsteen, Animals, Lou Reed, Little Feat, Joe Jackson, di nuovo Kinks) e la scelta delle sempre più numerose recensioni non lasciano dubbi in merito, così come il consolidamento di uno “Shock” che guadagna in spazio ed eclettismo grazie anche all’arrivo di altri collaboratori da me reclutati: in gennaio Alessandra Sartore, corrispondente da Londra strappata a “Rockerilla” (esordisce con un report live degli allora sconosciutissimi U2 e prosegue con interviste esclusive a emergenti come Bauhaus, Killing Joke, Associates, Teardrop Explodes, The Sound), e in giugno Sebastiano Zampa (figlio del regista Luigi e fratello del collega Fabrizio), curatore di una pagina dedicata all’heavy-metal criticatissima dagli integralisti. Stèfani, dal canto suo, ingaggia Ernesto De Pascale (gennaio), Ettore Cocina (marzo), Alberto Merletti (aprile) e la corrispondente da New York Raphaela Pivetta (settembre). Curiosamente, se non per gli ambiti specifici del blues e del cosiddetto nuovo rock (tra i titoli figurano “Los Angeles” degli X, “Remain In Light” dei Talking Heads, “Half-Mute” dei Tuxedomoon, “Crocodiles” degli Echo & The Bunnymen, “Closer” dei Joy Division), non viene proposta la consueta graduatoria – che al 100% avrebbe visto il trionfo di “The River” di Bruce Springsteen e una buona affermazione di “Sandinista!” dei Clash, al tour italiano dei quali è dedicato un esteso reportage – dei migliori album dell’anno precedente: un fatto bizzarro, specie perché nel numero di gennaio era stato collocato un questionario nel quale si chiedeva, oltre a una serie di informazioni utili a rendere il giornale più in linea con i gusti dei lettori, anche un elenco dei dieci dischi preferiti del 1980… e la cosa più buffa è che non ci si ricorda neppure perché, sebbene l’ipotesi più probabile sia quella di un ritardo nello spoglio delle schede con relativa decisione di non divulgare risultati ormai non più di attualità.

Il Mucchio, comunque, è avviato sulla strada di più decisi cambiamenti, anche se per rendersene conto bisognerebbe decifrare una serie di piccoli indizi: la locandina di “The Long Riders” apparsa sul retrocopertina del n.37 e servizi estesi su alcuni film (ad esempio, “The Blues Brothers” e “The Great R’n’r Swindle”) cominciano a rendere esplicito un interesse per il cinema via via destinato a trovare sfoghi giornalistici più ampi, mentre la foto di una ragazza desnuda pubblicata a tutta pagina ancora a gennaio è un tentativo ludico (e magari politicamente scorretto, ma non importa) di diradare la cappa di seriosità e di onanismo musicale che gravava un po’ sul mensile; il processo di snellimento raggiungerà uno dei suoi apici nel numero estivo, quando la terza di copertina – per la prima volta a colori – ospiterà un’inequivocabile caricatura di Paolo Carù che invita a sottoscrivere l’abbonamento. Tira, insomma, un’altra aria, come dichiarato dalla sibillina inserzione – notata da pochissimi, ma questo è un altro discorso – che a febbraio annuncia l’imminente nascita di “Platea”: “se credete nel sesso e nelle buone letture e non siete così scemi da cercarli ne L’Espresso. Se pensate che un disco rock è meglio di una pera. Se per entrare in un cinema uscite dalla realtà. Se vi siete fatti una cultura con Tex Willer. Se ve la siete fatta con Musil e Foucault… ‘Platea’ è per voi.” Annunciata per aprile, “la prima rivista di cultura leggera” non vedrà mai la luce, ma il nome “Platea” non viene dimenticato: finirà in ibernazione per essere poi riesumato in occasione del n.49, nel febbraio 1982. Ma questa è un’altra storia.

Feb
25

Si tratta di un anno importante per le sorti del Mucchio, con una grande rivoluzione interna che getta le basi per cambiamenti decisivi. Già il numero di gennaio, il 26, registra le dimissioni di Claudio Sorge (che aveva deciso di scrivere solo per “Rockerilla”, con la quale lavorava da un po’), ma è a novembre che viene ufficializzata una notizia cruciale: Carù (peraltro assente dal precedente ottobre), Pedron, Nosotti e altri esponenti della “colonna” del Nord non sono più nello staff. La versione del direttore è che lo stretto legame con un negozio di dischi impediva il necessario salto di qualità e credibilità, il passaggio da una sorta di fanzine a un giornale vero e proprio; mai chiarite, però, le ragioni dei transfughi (nel 1981 fonderanno “L’Ultimo Buscadero”, mensile roots-oriented con il quale per anni si intrecceranno aspre polemiche), che non fanno mistero del loro sentirsi “derubati”: nessuno stupore, considerato come fino ad allora i loro contributi – carta canta – fossero stati fondamentali a livello di input e quantità.

Intanto, a settembre, un nuovo ritocco del prezzo (ora 1.500 lire) era coinciso con l’aumento delle pagine a quaranta e con il varo di “Shock!”, maxi-rubrica di punk e new wave collocata nelle otto facciate conclusive e ideata e gestita da me: nelle intenzioni originarie avrebbe dovuto essere un giornale autonomo concorrenziale a “Rockerilla”, ma i dubbi sul futuro derivati dalle defezioni in seno allo staff avevano spinto Stèfani a non azzardare. La foto scattata appositamente per la copertina del n.1, con Hugh Cornwell degli Stranglers che calpesta copie di “Ciao 2001”, “Music”, “Popster” e “Rockerilla”, è usata all’interno come epitaffio del progetto. Il 1980 vede inoltre l’ingaggio di nuove firme (Alberto Castelli a gennaio, Giorgio Battaglia a febbraio, Gianluca Barneschi e Maurizio Bianchini – inizialmente con lo pseudonimo Grog – a luglio, l’esperto di bluegrass Silvio Ferretti a novembre; tra i critici compare saltuariamente anche il bluesman Guido Toffoletti) e la conquista di maggiori spazi specie da parte di Bottazzi, Zambellini, Susanna e Petitti (ribattezzatosi Maurizio Alieni per problemi di concorrenza, ma è un segreto di Pulcinella), con conseguente, graduale inclinazione dell’asse della rivista verso il rock.

Un segnale che i tempi che stanno cambiando è nelle copertine: un paio sono solo grafiche, ma nelle altre si susseguono John Cipollina, Jackson Browne (senza una riga su di lui all’interno…), Chris Darrow (che ha appena realizzato il secondo e ultimo 33 giri della Wild Bunch Records, “A Southern California Drive”), Mick Jagger, Jerry Garcia, Siegel Schwall Band, Hot Tuna, Jim Morrison, Bruce Springsteen, Randy Newman). Tra gli articoli sono da ricordare in negativo un excursus di Carù e Pedron sui 250 migliori album degli anni ‘70 (rock inglese, krautrock, black music, hard e new wave praticamente non esistono) e otto pagine sui bootleg dei Rolling Stones, mentre si segnalano in positivo le traduzioni di testi (ad esempio, di “London Calling” dei Clash, “The River” di Bruce Springsteen e “Reads His Poetry” di Charles Bukowski), una retrospettiva su Gene Vincent, l’esauriente dossier su Randy Newman e le prime, coraggiose recensioni di new wave autoctona collocate nel mio spazio “Targato Italia” (al quale si ispireranno, per loro stessa ammissione, gli organizzatori dell’omonimo concorso per band emergenti, tuttora esistente): tra queste, nel n.36, un report sulla scena genovese di Luca De Gennaro, l’attuale responsabile dei programmi di MTV. E gli “oscar” del 1979? Vittoria a mani basse, sia nel referendum dei collaboratori che nel “readers poll”, per “Bop Till You Drop” di Ry Cooder, con onorevoli piazzamenti per “Rust Never Sleeps” di Neil Young, “Into The Music” di Van Morrison e “Damn The Torpedoes” di Tom Petty, mentre tra gli “emergenti” i più votati in ambo le liste sono i Police di “Reggatta de blanc”; una singolare curiosità: solo Carù inserisce tra i suoi preferiti dell’anno “London Calling”, che non figura neppure nella graduatoria dei cinquantasei (?) titoli più apprezzati dai lettori.

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25

Nel tentativo di facilitare la ricerca degli articoli, inserito nel più ampio contesto di una razionalizzazione dell’apparato grafico, il primo numero dell’anno – il 15, nel quale le pagine vengono portate a quaranta – presenta finalmente un sommario. Non cambiano però gli argomenti, che continuano in massima parte a ruotare attorno al rock USA, ai cantautori, al folk e al blues, con sporadiche divagazioni verso punk e new wave: il poll dei migliori album del 1978, che esibisce le preferenze individuali dei singoli collaboratori e non una classifica generale, impone titoli come “Darkness On The Edge Of Town” di Bruce Springsteen, “Excitable Boy” di Warren Zevon, “Jazz” di Ry Cooder, “Waiting For Columbus” dei Little Feat, l’omonimo esordio dei Dire Straits o “Street Legal” di Bob Dylan, non a caso tutti ben piazzati nel contemporaneo referendum dei lettori dove “The Last Waltz” della Band trionfa su “Comes A Time” di Neil Young. Una perfetta identità di gusto tra rivista e pubblico che trova riscontro in copertine dove figurano Jerry Jeff Walker, Allman Brothers, Van Morrison, Zachary Richard, Leo Kottke, Bruce Cockburn e David Bromberg, oltre a un Bruce Springsteen che a settembre “conquista” la prima di una lunga serie di prime pagine; e nonostante Sorge ottenga spazio per ulteriori capitoli della panoramica sulla new wave americana, Public Image Ltd, Patti Smith, Elvis Costello, Tom Verlaine e tanti altri esponenti della medesima area, il nuovo rimane una cenerentola, sommerso dalle schiere dei Poco, dei Butch Hancock, dei Murray McLauchlan, dei Peter Rowan, dei Chris Darrow: di tanto anacronismo si lamenta, in una lettera pubblicata nel numero di gennaio, persino Red Ronnie (ai tempi giornalista emergente), che invita a una maggiore apertura mentale.

Svariate sono intanto le penne, alcune di passaggio e altre destinate a durare, che infoltiscono lo staff: a gennaio Maurizio Petitti, a febbraio Marco Meraviglia e Giancarlo Susanna (che per un buffo refuso è in tutto il numero Suzanna), ad aprile Daniele Biacchessi, a maggio Al Aprile, a giugno Marco Lucchi, a luglio il sottoscritto e Gaetano Bottazzi (poi “Blue”), a settembre Cesare Barani, a ottobre il chitarrista americano Stefan Grossman, a novembre Mariano Basano (e la redazione boccia non si sa per quale motivo un’offerta di collaborazione di Riccardo Bertoncelli, da poco libero da impegni in seguito alla chiusura di “Gong”). Dopo l’estate esce anche il secondo libro marchiato dalle Edizioni Lakota, “B… come Blues” di Marino Grandi (una guida alla cosiddetta musica del Diavolo), e per la fine dell’anno arriva in pochi selezionati negozi il primo 33 giri della Wild Bunch Records, etichetta discografica di proprietà di Carù e Nosotti e solo “sponsorizzata” dalla rivista: si tratta di “Live In Too Close For Comfort” di Terry & The Pirates, supergruppo californiano che vedeva in organico anche vecchie glorie come il leggendario John Cipollina dei Quicksilver Messenger Service e Nicky Hopkins (l’evento è salutato con un articolo e intervista masturbatoria di ben cinque pagine complessive, per di più divisa tra due numeri).

Il Mucchio, insomma, consolida il suo ruolo di testata atipica, non solo per i temi trattati ma anche per i pungenti editoriali, tra l’incazzato e il disilluso, di uno Stèfani senza peli sulla lingua tanto nell’ammettere i limiti del progetto quanto nel denunciare nefandezze altrui. Editoriali che suonano oggi un po’ tristi e un po’ romantici, come quando (nel n.24) contengono riflessioni simili: “mi auguro che il Mucchio sia sempre più bello e che il nostro rapporto possa durare altri cento numeri, anche se mi terrorizza pensarmi tra dieci anni dietro questa scrivania a combattere con le cambiali o con la WEA o ad aspettare che il tizio x si sia svegliato bene per chiedergli discretamente una pagina pubblicitaria”. Le vendite sono accettabili, ma il continuo lievitare dei costi costringe a un sensibile ritocco del prezzo di vendita che passa a novembre da 1.000 a 1.300 lire: e dire che solo un mese prima Max aveva espresso la sua convinzione che l’aumento “sarebbe risultato estremamente impopolare” e che quindi non fosse il caso di applicarlo.

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25

In copertina sfilano Ry Cooder, Bruce Cockburn, la California, Willie Nelson, Patti Smith (un grande atto di coraggio, considerato il target dominante del giornale), The Band, Bob Seger, Bob Dylan, Taj Mahal (due differenti, una delle quali in tiratura limitata “per collezionisti”: l’esperimento non sarà mai più ripetuto), Doc Watson e, per la seconda volta, Neil Young. Le pagine rimangono 32 e con il primo compleanno il prezzo sale a 1.000 lire, mentre il parco-collaboratori si allarga: nel n.4, con una recensione della irlandese Bothy Band, entra in squadra il passionale Mauro Zambellini, destinato per molti anni a essere una delle firme più apprezzate; nel n.6 è la volta di Claudio Sorge, che debutta esaltando “Rocket To Russia” dei Ramones; nell’11 tocca a Franco Ratti, titolare della ditta di importazione/vendita all’ingrosso I.R.D. (che curiosamente esordisce con una retrospettiva su Bonnie Raitt), nel 13 al musicista Erminio Fusè (che vara una rubrica, peraltro dalla vita breve, di spartiti) e all’esperto di southern rock Evandro Pinca.

Seppur stampato su carta spugnosa, impaginato in modo confusionario e pieno di ingenuità e refusi, Il Mucchio Selvaggio piace perché parla di musica alternativa e lo fa con estrema spontaneità: e proprio da questo approccio, costante nell’avventura editoriale della testata, scaturisce lo speciale rapporto “fiduciario” con i lettori, che si identificano nel progetto al punto di provare nei suoi confronti sinceri slanci di amore così come di indignazione. Un rapporto, quello tra il Mucchio e i suoi aficionados, che diventa pubblico nel quinto numero (febbraio 1978) con l’istituzione della rubrica della posta; già il mese precedente, in ogni caso, Stèfani aveva tenuto un “discorso alla nazione” (corredato da una foto redazionale scattata nel negozio di Carù) dai toni abbastanza forti, liberando quello spirito polemico tenuto ancora a freno nell’unico altro editoriale consegnato alle presse, quello del numero inaugurale. Nel n.6 lo staff della rivista elegge “migliori album del 1977” “Show Time” di Ry Cooder e “Circles In The Stream” di Bruce Cockburn, che si impongono di un voto (otto a sette) su “Running On Empty” di Jackson Browne e “Book Of Dreams” di Steve Miller. Insomma, i nostri critici non sono esattamente al passo con i tempi (il ‘77 è l’anno di “Heroes”, di “Marquee Moon”, di “Before And After Science”, di “Never Mind The Bollocks”, di “Suicide”, di “Trans Europe Express” e di “Blank Generation”, solo per citarne alcuni), ma gente come David Bowie, Television, Brian Eno, Sex Pistols, Suicide, Kraftwerk o Richard Hell non è nelle corde del Mucchio. Oltre a quelli dedicati agli artisti finiti in copertina, fioccano ampi servizi su Seldom Scene, Randy Burns, Ted Nugent, Flying Burrito Bros., Fairport Convention, Terry Reid, Marshall Tucker Band, Zachary Richard e altri nomi più di culto del folk specie statunitense. La generale cecità verso il nuovo rock trova però ben due eccezioni nel n.11 con un pezzo di Fabio Nosotti (poco più di una facciata) sull’esordio di Tom Petty & The Heartbreakers e uno di Claudio Sorge (ben tre pagine) sulla new wave newyorkese.

Comunque, il Mucchio funziona: lo provano il fatto che altre due case discografiche si affiancano alla RCA nell’ancor scarno elenco degli inserzionisti (sono la Phonogram, futura PolyGram, e la EMI) e la realizzazione da parte della Edizioni Lakota di “Mentre cala l’oscurità”, un libro con le traduzioni di italiano dei testi – un pallino di Stèfani, in quei giorni in cui l’inglese era per parecchi un oggetto misterioso – di venti dischi importanti quali “G.P.” di Gram Parsons, “Sticky Fingers” dei Rolling Stones, “Into The Purple Valley” di Ry Cooder, “Moondance” di Van Morrison o “Night Moves” di Bob Seger. Al di là delle apparenti opulenze la situazione economica non è però rosea, come si evince dalla frase inclusa nello spazio pubblicitario precedente alla stampa del volume (“Potete prenotarlo scrivendoci, in quanto la tiratura è limitata dalle nostre condizioni finanziarie”). L’entusiasmo non accenna tuttavia a scemare ed è anzi contagioso, al punto che l’esempio indipendente di Stèfani e compagni è seguito da alcuni appassionati liguri che in ottobre fondano “Rockerilla”, nuovo magazine – inizialmente 16 pagine in formato tabloid, prezzo 500 lire – i cui interessi divulgativi si collocano a metà strada fra la tradizione del rock classico e l’innovazione della emergente new wave.

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25

MS 001 cop

È l’ottobre del 1977 quando in un’Italia tutt’altro che ricca di testate di musica fa la sua comparsa il primo numero di una rivista indipendente che si affianca all’immarcescibile “Ciao 2001” (l’unico settimanale) e ai suoi eventuali progetti paralleli, a una “Gong” ormai in larghissima parte consacrata alla politica e quasi agonizzante, a una “Nuovo Sound” per lo più interessata alla scena pop nazionale e a una “Popster” che sta evolvendosi in magazine dopo gli esordi come fascicoletto allegato al poster che ne costituiva la vera ragione di esistere (il processo di crescita culminerà nel 1980 con la trasformazione in “Rockstar”). Ideata e gestita da una piccola cerchia di appassionati che già da sei anni organizzava con buoni riscontri “Music Box”, un ampio spazio di articoli e recensioni all’interno di “Suono” (ai tempi, con “Stereoplay”, la bibbia dei cultori dell’Alta Fedeltà), la nuova nata costa 700 lire ed è composta da 32 pagine in bianco/nero dalla grafica assai spartana – con l’eccezione degli arzigogolati titoli in stile western disegnati dal bravo Valerio Marini – e si occupa quasi solo di gruppi/solisti classici e soprattutto di artisti americani di area roots all’epoca sconosciutissimi in Italia e spesso in Europa, dove i mass media hanno sempre avuto un occhio di riguardo verso la musica inglese (con poche eccezioni, come CSN&Y o Frank Zappa): la copertina va a Neil Young (che ha appena pubblicato “American Stars‘n Bars”), l’articolo di fondo – di ben sei facciate e mezzo! – spetta a David Bromberg e tra gli altri personaggi trattati “in esteso” figurano Animals, Crosby Stills & Nash, Jesse Winchester e It’s A Beautiful Day, mentre le rubriche sono dedicate a blues e old time music. Lo staff, quello di “Music Box”, ha come fulcri il ventiseienne direttore Max Stèfani (anche amministratore della Edizioni Lakota S.r.l., con sede a Roma), e i meno giovani lumbàrd Paolo Carù e Aldo Pedron; tra le firme, Pierangelo Valenti e Raffaele Galli (luminari in country e assimilati), Marino Grandi (espertissimo di blues), il musicista Andrea Carpi (che negli ‘80 diventerà direttore di “Chitarre”), Marco Nosotti (poi famoso fotografo), Daniele Ghisoni, Marco Longhi, Pietro Noè e Marco Regali, oltre ad alcuni corrispondenti dall’estero più o meno fantasma annotati in tamburino solo per far scena. Il nome è ovviamente ispirato al film omonimo – in originale, “The Wild Bunch” – diretto da Sam Peckinpah, ma la citazione è troppo dotta per essere recepita da chiunque: molto spesso, e l’equivoco durerà a lungo, gli edicolanti collocheranno il giornale nel settore porno, e varie aziende potenzialmente “in linea” rinunceranno all’acquisto di inserzioni pubblicitarie proprio perché spaventate da questa ambiguità.

Caratteristiche e orientamenti non mutano nelle seguenti uscite del ‘77, con in copertina Eagles e Grateful Dead: esaurienti excursus sul festival folk di Nyon (n.2) e su Ry Cooder (n.3), oltre a pezzi più brevi su Bob Seger, Chris Hillman, Waylon Jennings, Lynyrd Skynyrd, Beserkley Records, Randy Newman e altri. Da segnalare l’istituzione di una rubrica di due facciate su punk e new wave affidata al visionario Maurizio Bianchi (in seguito “guru” della nostra musica industriale), sollecitata dall’unica major che sosteneva il giornale comprando pubblicità (la RCA): “‘77” dei Talking Heads, “Marquee Moon” dei Television, “The Idiot” di Iggy Pop e “IV – Rattus Norvegicus” degli Stranglers figurano fra i primi dischi recensiti in novembre e dicembre, con sommo scorno dei lettori fondamentalisti che non risparmiano critiche di fuoco. Al di là dei limiti degli articoli – dove dominano nozionismo, tendenza alla descrizione, entusiasmi eccessivi e assenza di approfondimenti concettuali – e soprattutto delle enormi difficoltà incontrate nel propagandare la propria esistenza, la rivista conquista una sua nicchia di affezionati sostenitori, che in molti casi si sovrappongono a quelli del negozio di Paolo Carù in quel di Gallarate: se non l’unico, uno dei pochissimi nella Penisola a garantire la disponibilità (e, nel caso, la spedizione in contrassegno) dei preziosi vinili import segnalati dal Mucchio.